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sabato 31 agosto 2019

La maledizione dello Scorpione di Giada: un film che sa incantarti con diabolica astuzia






Mi piacque da subito. Credo fosse per la musica che lo introduceva, che è poi la colonna sonora principale del film (l’indimenticabile Sophisticated Lady, eseguita dall’orchestra di Duke Ellington), ma anche per il luogo e l’epoca in cui la storia è ambientata: la suggestiva New York degli anni 40. Non si può nascondere, inoltre (come si potrebbe?), una passione profonda per quasi tutti i lavori del regista ed interprete di questo film: Woody Allen. Ho detto di quasi tutti i film di Woody Allen, perché alcuni, ancorché celebrati dalla critica, non mi hanno mai convinto.
Ma torniamo a quello di cui ci stiamo occupando: La maledizione dello scorpione di giada, a dire il vero, ne ha molti, troppi di motivi per affascinare lo spettatore. Atmosfera, trama, dialoghi: alla fine non sfugge perfino l’impressione che sia stato tutto costruito – dannatamente bene - con una formula un po’ ruffiana, riproponendo certi archetipi di un cinema del passato (Il falcone maltese, il grande sonno) a cui tutti siamo, in qualche maniera, legati.
La vita di C. W. Briggs si è sempre svolta seguendo una certa routine, senza eccessivi squilibri: egli è un abile e capace investigatore di una rinomata agenzia di assicurazioni, ed ha sempre portato a termine le sue indagini con successo. Tutto cambia quando la compagnia assume una nuova contabile, Betty Ann Fitzgerald. Miss Fitzgerald è brava ed efficiente, ma davvero pignola e tende molto a rinnovare le cose: per questo ella ritiene Briggs un residuo del passato, inutile e molesto; gli scontri fra i due raggiungono livelli esasperanti, perché Betty Ann vuol davvero mandare C.W. in pensione, in questa scelta appoggiata dal capo, Mr. Magruder, con cui intrattiene una relazione. Durante una festa in onore di uno degli impiegati Fitzgerald e Briggs vengono sottoposti ad un esperimento di ipnosi da un illusionista dal nome fantasioso di Voltan; Voltan li induce in uno stato di trance e, per la prima volta, fa nascere, artificiosamente, una storia d’amore fra i due avversari i quali, una volta risvegliati, non rammentano nulla. Un inspiegabile furto nella ricca villa dei Kensington comincia a mettere in dubbio le capacità investigative di C.W., dando così modo a Betty Ann di chiedere il suo licenziamento. Tuttavia Briggs, convinto che il furto sia stato pianificato da qualcuno che ha accesso ai dati dell’agenzia, punta i suoi sospetti proprio su Fitzgerald. Si nasconde, così, a casa sua e scopre la relazione che ella ha col capo, salvandola, in seguito, da un tentativo di suicidio. Ora l’uno sospetta dell’altra ma, in fondo, nessuno dei due ne è davvero convinto. Betty Ann restituisce il favore a C.W., penetrando di nascosto in casa sua e trovando, con sua gran sorpresa, la refurtiva che tutti cercano. Ella decide, così, di denunciarlo, assistendo, per di più, ad una strana telefonata che pare far piombare Briggs in uno stato di trance, come quello che c’era stato durante lo spettacolo dell’illusionista. 

Durante la notte viene commesso un secondo furto e C.W., accusato da Fizgerald, viene arrestato per entrambi i crimini; egli riesce ad evadere grazie all’aiuto di Laura Kensington, la scapestrata figlia del magnate che ha subito il furto dei gioielli e che ha un debole per lo sfortunato investigatore. Briggs, cercando il posto più insospettabile per nascondersi, decide che questo nascondiglio è proprio la casa di Betty Ann. Ella accetta di ospitarlo, ma con riserva, ed anche ella riceve una telefonata che la rende come un automa: Fitzgerald, sempre in stato catatonico, conferma a Briggs il suo amore, ma poi sparisce e, quella sera stessa, si verifica un terzo furto di cui lei, una volta riavutasi, dà la colpa a Briggs. 




C. W. è davvero in alto mare e non riuscirebbe a raccapezzarsi se uno dei suoi abituali informatori non gli desse un nome che nell’ambiente della criminalità viene fatto legandolo ai furti: Polgar. Confidatosi coi suoi colleghi di ufficio scopre che Polgar altri non è che il nome del Mago Voltan, il quale aveva ipnotizzato Fitzgerald e Briggs la sera della festa. Tutto diviene, finalmente, chiaro: Voltan Polgar, l’ipnotista, ha fatto in modo che C.W. e Betty Ann compissero i furti per lui, telefonando prima all’uno e poi all’altra e ripetendo le parole d’ordine che li ponevano sotto il suo controllo mentale. C. W., con l’aiuto di un altro impiegato esperto di ipnosi che cancella nella mente di Briggs il potere della parola chiave, si precipita sulle tracce della sua collega Fitzgerald; una volta trovatala la salva, con un atto di coraggio, dalla minaccia dell’illusionista e malfattore Polgar.
Tutto si conclude, pare, nel migliore dei modi: C.W. è totalmente scagionato, tanto quanto Betty Ann, ma il vecchio detective non se la sente più di rimanere nella agenzia nella quale lavora da anni. Nel frattempo Fitzgerald pianifica il matrimonio con il suo capo, Magruder; questo matrimonio, però, non viene visto con molto entusiasmo da C.W. il quale cerca di convincere la donna a non partire, confessandole il suo amore. Ogni tentativo appare inutile e Betty Ann si dimostra irremovibile, costringendo così Briggs a pronunciare la parola che Polgar usava per far scattare in lei lo stato ipnotico. La donna si abbandona, così, al suo richiamo e lo segue senza indugi. La sorpresa finale sta nel fatto che non è stato solo C.W. ad essere “disinnescato” dal collega dell’ufficio, ma anche Fizgerald la quale, evidentemente, aspettava solo un segno da Briggs per andare via con lui.
Lo “scorpione di giada” che viene nominato nel titolo è il principio del comando mentale che il mago Voltan Polgar adopera per ridurre le sue vittime sotto il suo controllo.



Ho detto all’inizio di come questo film riesca ad avvincermi: sembra un film di altri tempi, e a dire il vero lo è, a tutti gli effetti: Allen è stato fin troppo bravo a ricostruire il clima crepuscolare di quell’epoca magica per il cinema statunitense: lo ha fatto con i costumi, le luci, la fotografia e il trattamento particolare della sceneggiatura fatto con uno stile che sarebbe piaciuto a John Huston, Howard Hawks o Norman Z. McLeod. Soprattutto lo ha fatto con la colonna sonora, la quale è composta da vera musica jazz d’autore: oltre alla già citata Sophisticated Lady si possono ascoltare, infatti, dei veri capisaldi del jazz quali Two Sleepy People, Tuxedo Junction, How High The Moon, In a Persian Market, Flatbush Flanagan e Sunrise Serenade.


Non ho nominato a caso il regista Norman Z. McLeod, in quanto è colui che ha diretto il film Road to Rio (Avventura in Brasile), interpretato da Bob Hope e Bing Crosby e nel quale si parlava di persone ipnotizzate e costrette a fare cose contro la loro volontà. Il nome di Bob Hope, però, ritorna anche in un altro caso: il film Lo Scorpione d’oro (My Favourite Blonde) contiene infatti, nella sua trama, uno specifico riferimento al titolo del film di Allen. In altre parole La maledizione dello Scorpione di giada sembra essere un vero e proprio omaggio, perfettamente riuscito, a Bob Hope, Humphrey Bogart ed a tutto il cinema degli anni trenta e quaranta.
Che volete che vi dica: ad una certa età si comincia a guardarsi indietro con nostalgia. Tutte quelle storie che hanno popolato la nostra infanzia e la nostra giovinezza ci restano attaccate, inspiegabilmente, proprio come una induzione ipnotica: basta poco per farcele tornare alla mente; un volto, una parola, una musica particolare sono sufficienti per ricreare un certo incanto. E Woody Allen è stato davvero diabolico a ricostruire certe alchimie. Davvero un esperto in gran furbate.


La maledizione dello scorpione di giada - Trailer ufficiale





venerdì 16 agosto 2019

Peter Fonda: un cowboy che va sul suo cavallo verso l’orizzonte lontano



Mentre scrivo tutte le agenzie di stampa e tutti i telegiornali del mondo, anche in rete, stanno dando la stessa notizia: con Peter Fonda, scompare una delle ultime icone di quella che fu la controcultura degli anni sessanta. Una figura certo importante, se consideriamo anche la sua genealogia oltre al suo personaggio, inteso come spartiacque fra un certo tipo di cinema che ha contraddistinto un’epoca, e quello moderno, più essenziale e scarno.
Peter Fonda nacque il 23 febbraio 1939 a New York City. Proveniva da una famiglia di attori: suo padre era Henry Fonda, mentre sua madre era Frances Ford Seymour; era il fratello di Jane Fonda, ed il padre di Bridget e di Justin Fonda. Aveva una sorellastra, Frances de Villers Brokaw, nata dal primo matrimonio di sua madre, e che morì nel 2008.
La madre di Peter si suicidò in un ospedale psichiatrico quando Peter aveva solo dieci anni, tagliandosi la gola con un rasoio.
Mentre frequentava l'Università del Nebraska, a Omaha, Peter Fonda si unì alla Omaha Community Playhouse, dove molti attori (tra cui suo padre e Marlon Brando) avevano iniziato la loro carriera.
Si formò come attore teatrale per dedicarsi successivamente al grande schermo dove avrebbe dato voce e volto alla gioventù degli anni sessanta: quella generazione ‘on the road’ che era stata celebrata dallo scrittore Jack Kerouac, a metà fra la rivolta politica e il movimento hippy.




A consacrarlo come personificazione ideale di una età conflittuale fu Easy Rider, un film del 1969 da lui scritto e prodotto insieme con Dennis Hopper, fuori dagli schemi degli studios cinematografici del tempo: con questo film ottenne un grande successo di pubblico e di critica ed ebbe la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura. Grazie ad Easy Rider Fonda divenne uno degli emblemi della cultura pop, insieme a Hopper e Jack Nicholson, che recitarono con lui.
In seguito interpretò altri film, che ebbero meno risonanza, in particolare western: The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) del 1971, di cui curò anche la regia; Idaho Transfer, 1975; Wanda Nevada, 1979.
Nel 1988 fu per un breve periodo di tempo in Italia, per girare una mini serie televisiva tratta dal romanzo Gli Indifferenti, di Alberto Moravia.
Nel 1997, Fonda prese parte al film Ulee’s Gold (L’oro di Ulisse), nel ruolo di un nonno vedovo, allevatore di api, che deve prendersi cura delle sue due nipoti, interpretate da Jessica Biel e Vanessa Zima: è un intenso dramma sui conflitti generazionali che gli valse un premio importante: il Golden Globe per il miglior attore drammatico.  Ricevette inoltre altri due premi, dalla New York Film Critcs Circle Award, e dalla Southeastern Film Critics Association Award, come miglior attore protagonista.
Nel 2007 tornò sul grande schermo interpretando il cacciatore di taglie Byron McElroy nella nuova versione di 3: 10 to Yuma (Quel treno per Yuma), dove lavorò al fianco di Christian Bale e Russell Crowe. Il film ricevette due nomination agli Oscar. Recitò anche in un ruolo cameo nelle scene finali della commedia Wild Hogs (Svalvolati on the road) e come inquietante Mefistofele nel film Ghost Rider.
Nel 2009, è apparso nel ruolo di The Roman, in The Boondock Saints II: All Saints Day, e anche nella serie Californication.
Quindi è apparso in American Bandits: Frank e Jesse James (2010); The Trouble with Bliss (2011); Smitty (2012); Harodim (2012); As Cool as I Am (2013); Copperhead (2013); The Ultimate Life (2013); The harvest (2013); HR (2014); House of Bodies (2014); Jesse James: Lawman (2015); The Runner (2015); The Ballad of Lefty Brown (2017); The Most Hated Woman in America (2017); Borderland (2017) e Boundaries (2018).
È stato produttore esecutivo del documentario The Big Fix (2012).
Oggi, 16 agosto 2019, è giunta, inaspettata, la notizia della sua scomparsa, avvenuta a Los Angeles.
È giusto ricordare Peter Fonda, nel campo del cinema, come portavoce ed alfiere di un certo malessere giovanile: un malessere che sfociava, spesso nella ribellione agli schemi ed alle convenzioni, portando i giovani a lasciare la propria casa per viaggiare sulla strada, come viene mostrato nel film Easy Rider.
Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack Nicholson legheranno per sempre il loro nome ad Easy Rider, perché non fu solo un film, ma un manifesto, tanto quanto, anni prima, lo era stato Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause), con James Dean.
Per quel che mi riguarda, tuttavia, vi è un film di Peter Fonda al quale sono molto legato: questo film è The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings).
In quegli anni, gli anni 70, ero immerso in un certo tipo di cultura statunitense: quella della musica country e di un certo modo di vedere le cose tipico di una società che voleva riscoprire i valori individuali, a scapito di quelli collettivi tenuti, fino ad allora, in gran conto. Era un bisogno di introspezione, anche di solitudine se vogliamo, che io ritrovai pienamente nel film diretto ed interpretato da Fonda.
Lo ricorderò così, Peter Fonda – Harry Collings: la sua nera silhouette a cavallo che si staglia sulla collina, mentre un sole caldo tramonta all’orizzonte.




(I disegni sono di proprietà dell'autore)



The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) - Film completo



https://www.youtube.com/watch?v=UCsCRNByc3g



sabato 8 giugno 2019

American Pastoral, prima egregia prova da regista per Ewan McGregor




Ho un giudizio positivo da esprimere sul film del 2016 American Pastoral: una stupenda caratterizzazione dell’attore scozzese Ewan McGregor, qui anche alla sua prima, impeccabile prova come regista.
In un arco di tempo che va dall’inizio della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si succedono gli eventi e le scelte, umane e personali, che caratterizzano l’esistenza del brillante Seymour Levov, sullo sfondo della cittadina di Newark, che rappresenta la tipica provincia statunitense.

Seymour è il classico ragazzo di successo a stelle e strisce: uomo di punta della squadra di football locale, soprannominato "lo svedese", egli è l'idolo delle ragazze ed un esempio per i ragazzi, che lo ammirano. Ma la sua vita, che si preannuncia così luminosa, prende tutta un’altra piega.
Levov sposa Dawn Dwyer la quale è, come è facile immaginare, la più bella ragazza di Newark, che si è distinta in un concorso come reginetta di bellezza; molto presto Seymour prende le redini dell'azienda paterna e sceglie di vivere in una lussuosa fattoria in campagna.

L'unica figlia della coppia, Merry, cresce amata e coccolata da ambedue, ma questo non impedisce che ella soffra di balbuzie, come effetto, dice la terapeuta, della competizione con la madre e di un amore morboso per il padre.
Crescendo Merry sviluppa, sempre di più, una personalità problematica ed insofferente verso la vita borghese familiare: si è a metà degli anni sessanta e la giovane figlia di Seymour Levov si unisce al movimento di protesta giovanile.
In quel clima così critico una bomba fa saltare in aria l'ufficio postale di Newark, uccidendo l'impiegato che vi lavora, ed i sospetti degli investigatori si concentrano subito su Merry. La ragazza, allora, scompare, lasciando i genitori nel dolore e nella costernazione.

Seymour non si arrende e continua a cercarla per tutti gli anni che seguono, mentre la madre, dopo un iniziale crollo nervoso che la costringerà in una clinica per malattie nervose, riemerge con la voglia di cambiare volto e vita. Questo la trasformerà in una donna vana, che frequenta intellettuali snob e che cerca avventure extraconiugali.
Levov, differentemente da sua moglie, che ha cancellato per sempre sua figlia e l’amarezza, alla fine riesce a ritrovare Merry, e la ritrova proprio a Newark. La ritrova, certo, ma profondamente mutata, nello spirito e nel corpo. Merry gli confessa che è stata davvero lei a mettere quella bomba all'ufficio postale, e poi ne ha messe altre, causando altri morti: ora non vuol più rientrare in famiglia, conducendo una vita misera e desolata, ai margini della società, certamente per punirsi di ciò che ha commesso.
Lo svedese non smetterò mai di amarla e continuerà a rimanere fuori dall'edificio in cui vive sua figlia, pur mantenendo fede fino all'ultimo alla promessa di non rivederla più. Tutto questo fino al giorno della sua morte, quando Merry viene a porgere a suo padre, Seymour, l'ultimo saluto.


Una parabola triste e drammatica questa, tratta da un bestseller scritto nel 1997 da Philip Roth.
Dentro questa vicenda c'è tutto un pezzo di Storia statunitense, che viene analizzato tramite la singola storia di Seymour Levov.
È una trama in cui chiunque abbia provato le disillusioni della giovinezza può riconoscersi: ciò che la vita può promettere - in piccolo, come in grande - e che poi non può mantenere.
Molti non sanno fino in fondo quanto quelli che sono ricordati spesso come i favolosi anni sessanta abbiano significato anche traumi profondi, ferite che non si sono rimarginate: non c'era solo il pacifismo, ma anche tanta violenza - dall'una e dall'altra parte – che caratterizzava gli sconvolgimenti sociali di quei tempi.
I giovani hanno sempre, in ogni epoca, subito la fascinazione delle idee estreme: molto spesso, però, queste idee si rifacevano a testi letti male o male interpretati, a volte anche coscientemente, con la volontà di qualcuno di rendere tutto più fumoso e incomprensibile, per poter manipolare la realtà.
Ad Ewan McGregor va il merito di essere riuscito a dipingere con maestria questo complesso affresco esistenziale: è un affresco in cui tutti possiamo, forse, riconoscerci ed in cui tutti possiamo, alla fine, esprimere la nostra personale considerazione, derivata dal confronto fra le vicende di Seymour e quelle che ci riguardano.
Il mondo sa illudere, sa dare e sa togliere, sa elargire qualche gioia illusoria e dei duraturi dispiaceri: si crede di decidere facendo il bene, o quello che è meglio, e si scopre, solo quando è troppo tardi, che si sono preferite, nostro malgrado, le opzioni sbagliate.
La parabola infelice di Seymour Levov è quella che può contraddistinguere chiunque riesca a provare impulsi, emozioni, affetti; è la realtà di chiunque riesca ad amare e a soffrire, facendosi coinvolgere dai propri sentimenti, fino in fondo, a qualunque prezzo.


Link al Trailer Ufficiale in Italiano del film



https://www.youtube.com/watch?v=ytH4GWtIT_Q





domenica 19 maggio 2019

“Pianeta proibito”, un film di fantascienza di culto con risvolti poco noti



Non è un caso che, in un sito che ha come tema Cinema e Letteratura, si dedichi un post a “Pianeta proibito”: questo film, infatti, oltre ad essere un sci-fi di culto, è anche uno dei più notevoli esempi di sceneggiatura tratta da Letteratura di autore (e che autore!) e più precisamente di Teatro.
Nella finzione cinematografica, situata, temporalmente, molti anni dopo il 2200, si immagina che una astronave, la C57D, viaggi oltre la velocità della luce per indagare sullo stato di una missione terrestre inviata, molti anni prima, su un pianeta di un altro sistema solare: Altair 4.
Una volta giunti su quel mondo lontano l’equipaggio della nave spaziale scopre che tutti i membri della missione, atterrati sul pianeta con l’astronave Bellerofonte, sono morti misteriosamente: tutti tranne uno, il dottor Morbius, interpretato da quel grande professionista e valente interprete che è Walter Pidgeon.
Morbius comunica al comandante Adams (Leslie Nielsen) che i componenti della missione di studio sono stati uccisi, uno ad uno, da una forza misteriosa, che colpiva le persone nel corso della notte: solo lui, Morbius, e la sua defunta moglie sopravvissero a quella inspiegabile strage.
Il comandante Adams ed i suoi uomini, per andare a fondo di questa vicenda, decidono di rimanere su Altair 4; per questo non prendono in considerazione gli avvertimenti del dottor Morbius, il quale paventa per il personale di bordo dell’astronave C57D la stessa sorte degli uomini che componevano il Bellerofonte.
Durante il loro soggiorno imprevisto i militari hanno la piacevole sorpresa di conoscere Altaira, la bellissima e giovanissima figlia di Morbius, ed il robot tuttofare costruito dal dottore, Robby.
Robby, insieme con altri congegni e ritrovati ideati e realizzati dal dottore, è frutto del suo studio, attento e approfondito, sulla antica civiltà che, millenni prima, abitava quel pianeta: i Krell.
I Krell erano divenuti una popolazione altamente sviluppata ed avevano messo in opera una centrale di energia illimitata, di cui il dottore si serve; insieme con questa i Krell avevano anche pianificato l’esecuzione di un sistema per ottenere la materia dal semplice pensiero: per dimostrare al comandante ed ai suoi uomini come questa opera dovesse funzionare il dottor Morbius mostra loro una apparecchiatura che rende possibile la visualizzazione, in 3D, di una immagine prodotta dalla mente.
Il punto è che nessuno oltre il dottore può riuscire a gestire la “macchina del pensiero”, perché lui solo possiede le capacità cerebrali che possono accomunarlo ai Krell: se qualcun altro tentasse di far funzionare quello strumento lo shock lo ucciderebbe.
Morbius fa un’ultima rivelazione ai membri dell’astronave C57D: il popolo Krell fu distrutto dalla stessa belva, vorace e sanguinaria, che ha sterminato quelli del Bellerofonte, poiché così è scritto nelle cronache da lui trovate negli archivi Krell.
Disgraziatamente ciò che era stato vaticinato dal dottor Morbius si verifica con una prima atroce morte, e il comandante Adams è costretto ad ammettere che una creatura, invisibile e fortissima, ha deciso di annullare lui e il suo equipaggio. Deciso a combattere questa “bestia” egli fa piazzare, tutto intorno all’astronave, una serie di congegni elettronici di difesa, unitamente ad armi atomiche potentissime. La creatura invisibile, di notte, attacca gli astronauti e, alla luce dei laser e del fuoco delle armi essa si rivela per quello che è: un mostro enorme, dall’aspetto spaventoso e dotato di una forza sovrumana ed infinita.
In seguito a questo tragico accadimento, che è costato altre vite umane, il comandante Adams si reca da Morbius, perché è convinto che lui possa dar loro delle spiegazioni in proposito.
Una volta da Morbius il dottor Ostrow, il medico dell’equipaggio, sottraendosi al controllo del capitano Adams, si reca nella sala in cui si trova l’apparecchio che crea le immagini 3D col pensiero e si sottopone allo shock: questo sacrificio lo porterà alla morte ma, mentre giace moribondo assistito dal comandante e da Altaira, egli fa in tempo a riferire che i Krell, con la loro intelligenza, non avevano tenuto conto dei “mostri dell’ID”.
Morbius spiega che ID è un antico termine terrestre, presente nei trattati di psichiatria e psicologia di Sigmund Freud, e che sta a indicare il subcosciente.
Il comandante, allora, comprende tutto: i Krell avevano già acquisito la capacità di rendere materia il loro pensiero, grazie alla macchina 3D e, durante il sonno, le loro pulsioni malvage ed ancestrali avevano trovato libero sfogo, creando i “mostri dell’ID”, i mostri del subcosciente: questi mostri, che poi erano i Krell stessi, traevano energia infinita dalla loro centrale, ed avevano causato la fine della loro civiltà, uccidendo tutti gli abitanti.
Ora vi è un solo superstite della civiltà Krell sul pianeta, ed è proprio il dottor Morbius, che ne ha ereditato tutto il sapere e la potenza: quella spietata e brutale creatura, che ha annientato tutto il personale del Bellerofonte e che ora ha ucciso anche gli uomini dell’astronave C57D, è lui, perché è frutto della sua mente.
In principio Morbius si era liberato degli altri componenti della missione per restare sul pianeta e studiarlo, tutto da solo: ora l’impulso che lo spinge ad uccidere è la gelosia che nutre per sua figlia Altaira, che si sente attratta dal comandante Adams.
Infine, nonostante tutto, è l’amore paterno ad avere la meglio sull’odio e Morbius si pone fra sua figlia e l’essere da lui creato, rinnegandolo e immolandosi.
Prima di morire lo scienziato chiede di programmare l’autodistruzione del pianeta: Adams e Altaira, con l’equipaggio della C57D, vedranno sul monitor dell’astronave, a migliaia di miglia di distanza, l’esplosione e la fine del pianeta proibito.
“Pianeta proibito” è un film di fantascienza che divenne, già al momento della sua uscita sugli schermi, il 3 marzo del 1956, un successo di pubblico e di critica: vinse molti riconoscimenti e fu considerato un lavoro di ottima fattura cinematografica. La regia era di Fred Wilcox e fra gli attori, oltre ai già citati Walter Pidgeon e Leslie Nielesen, vi erano anche Anne Francis (Altaira) e Warren Stevens (il dottor Ostrow).
Ma “Pianeta proibito” non è solo questo.
Alle origini della sua sceneggiatura c’è nientemeno che l’opera teatrale “La Tempesta” di William Shakespeare.
“La Tempesta” inizia con un naufragio su di un’isola disabitata, provocato da colui che è il solo Signore e padrone di quelle terre: Prospero.
I naufraghi sono alla sua mercé, poiché egli ha antichi rancori verso di loro di cui vendicarsi.
Per portare avanti la sua vendetta Prospero si serve della sua conoscenza, della sua magia e di vari spiriti, antichi abitatori dell’isola. I più importanti sono Ariel, uno spirito dell’aria, ed il ripugnante ed efferato Calibano, esecutore dei più esecrabili delitti per conto del suo padrone, Prospero.

Tuttavia Miranda, figlia di Prospero, si innamora di uno dei naufraghi, Ferdinando, figlio del re di Napoli e nemico di Prospero. Solo dopo varie vicissitudini, che ricordano tanto l’amore contrastato di Romeo e Giulietta, i due ragazzi potranno unirsi, sotto lo sguardo benevolo di Prospero.

Come si vede Morbius non è altri che Prospero, mentre Altair 4 è l’isola deserta su cui egli vive. Altaira è Miranda, laddove Ariel, nel bene e nel male, viene raffigurato con Robby. Infine Ferdinando si può riconoscere nel comandante Adams, mentre la malvagia e orripilante creatura, Calibano, è il mostro dell’ID, nato dalla mente di Morbius.
Tutto è stato fatto rispettando un antico adagio, che da sempre si ripete fra gli scrittori e gli sceneggiatori di tutto il mondo: “Se devi ispirarti a qualcuno per ciò che scrivi, scegli solo i migliori”: non credo vi potesse essere una fonte di ispirazione migliore di William Shakespeare.
Una nota di merito va a Joshua Meador, creatore degli effetti speciali per il film ed animatore preso in prestito dalla Walt Disney Pictures: a Meador ed alla sua bravura si deve la scena, bella e terribile, della visione del mostro invisibile, resa tale solo dai raggi e dalle fiamme: una immagine che è rimasta negli annali della storia del Cinema.
Un altro dettaglio importante la musica elettronica e futuristica di Bebe e Louis Barron, fatta di suoni mai sentiti prima di allora e prodotti con apparecchiature particolari e ultramoderne, per l’epoca.
A “Pianeta proibito” si sono ispirati, a loro volta, per i costumi, per l’ambientazione, per il sonoro ed il resto molti altri film di fantascienza che sono venuti dopo, fra i quali la celebre serie TV “Star Trek”.
“Pianeta proibito” si vede e si rivede sempre con piacere: per la bravura degli interpreti, per la scenografia, per l’ambientazione e per la sua atmosfera, ma soprattutto per le sensazioni profonde, e che fanno capo all’istinto, che riesce a suscitare. Non vorrei esagerare, ma per me “Pianeta proibito” resta il simbolo della fantascienza, la sua rappresentazione più paradigmatica, ogni volta che si pensa a questo genere.



CLIP: IL MOSTRO DELL’ID ATTACCA L’EQUIPAGGIO







sabato 18 maggio 2019

“The Imitation Game”: la vita dolorosa di un genio



Nessuno è profeta in patria. Molto spesso, anzi, le persone che più si distinguono per la loro bravura, per le loro capacità sono quelle che meno ricevono dal loro paese. Ed a volte, verso di loro, ci si comporta discriminandoli, dispensando loro solo disprezzo ed offese.
È questo il caso di Alan Turing, scienziato e matematico inglese, nato a Londra nel 1912, ed a cui è stato dedicato un magnifico, indimenticabile film: “The Imitation Game”.
Il fatto di cui si parla ebbe luogo durante la seconda guerra mondiale, quando i tedeschi sembravano avere in mano le tecnologie più avanzate per vincere la guerra: erano armi segrete come gli U2 o ritrovati tecnologici come la macchina, denominata ENIGMA, in grado di produrre messaggi cifrati e, potenzialmente, di decifrarne altri.
Per consentire al servizio segreto inglese di superare questo apparentemente insormontabile impasse bellico vennero convocati i migliori decrittatori, matematici ed esperti del settore: fra questi spiccava il talento brillante di Alan Turing, che già si era fatto notare per studi specifici nel campo e per molte pubblicazioni di successo.
Il film delinea la personalità tormentata e solitaria di Turing, facendo uso anche di molti flashback risalenti al periodo della sua adolescenza, quando le sue problematiche umane si mostravano già in maniera dolorosa.
Turing ha, infatti, una personalità geniale, insolita ed estrosa, che lo rende inviso ai colleghi e ai superiori con cui collabora al progetto, voluto dal governo inglese.
Nonostante questo Turing riesce a portare a termine un congegno per decrittare i messaggi prodotti dall’apparecchio tedesco ENIGMA; questo dispositivo, nato per combattere le potenze dell’Asse con i loro stessi metodi, viene denominato da Turing “Cristopher”, in ricordo di un suo amico di infanzia. Questo è un particolare che non corrisponde alla realtà, perché il meccanismo, quello vero, fu denominato da Turing “Victory” o, più confidenzialmente, “Bomba”.
Molti sono gli ostacoli che Turing è costretto ad affrontare sulla sua strada: la malevolenza degli alti ufficiali inglesi, che vorrebbero toglierlo di mezzo, e l’avversione dei colleghi, che lo ritengono solo un presuntuoso con molte manie. Lo scienziato dovrà scontrarsi con delle accuse ingiuste: accuse di incapacità, di inettitudine, di fallimento nel suo lavoro. Lo minacceranno di privarlo dei fondi e lo sospetteranno perfino di essere una spia al soldo dell’Unione Sovietica.
Turing dimostrerà, alla fine, la correttezza delle sue ricerche, ottenendo i risultati sperati e riuscendo a scoprire la chiave per la decodificazione dei messaggi cifrati tedeschi, salvando, così, milioni di vite umane.
Per sfortuna la sorte ostile riuscirà ad accanirsi fino all’ultimo contro Turing ed egli, nel 1952, subirà un arresto con l’accusa di omosessualità, che allora era un reato grave in Inghilterra: egli accetterà di sottoporsi alla castrazione chimica, che gli porterà dei gravi problemi di salute. Turing non riesce a sopportare tutto questo e muore suicida il 7 giugno del 1954, a Manchester.
Solo dopo molti anni, dopo che da questi eventi sarà tolto il segreto di stato, tutti verranno a conoscenza della grande impresa di Turing, il cui nome sarà riabilitato postumo.
Nel film, oltre al nome di fantasia del congegno di Turing, viene introdotto un personaggio che non ha nulla a che vedere con le vicende storiche: è quello di una ragazza, Joan Clarke, interpretata davvero bene da Keira Knightley, e che pare essere l’aiuto preferito, per capacità e sensibilità, da Turing: una ragazza che sarà con lui fino all’ultimo, spinta da un amore sincero e puro.
Si, il paese in cui si nasce è, molte volte, ingrato ed ottuso di fronte al genio, e lo pone in disparte, lo umilia e lo denigra, salvo poi ad accorgersi di chi era dopo la sua morte, dedicandogli onori di cui non potrà più gioire.
Alan Turing fu il primo ad inventare e programmare una attrezzatura “pensante”, in grado di elaborare dei dati, di classificarli e di produrre delle informazioni utili: egli fu un pioniere di quella che oggi chiamiamo informatica. Se oggi vi sono computer in ogni casa ed in ogni ufficio lo dobbiamo a persone straordinarie come Alan Turing, che nella loro vita furono trattati come degli sciocchi ed inutili visionari.
Il film, in definitiva, a parte alcune licenze poetiche, che al cinema sono comprensibili, rimane, tutto sommato, fedele al carattere così pieno di angosce e sofferenza di Turing: questo soprattutto grazie alla superba interpretazione di Benedict Cumberbatch (lo Sherlock Holmes della famosa serie televisiva). Cumberbatch riesce a cogliere le sfumature amare e dolenti dell’anima di Turing ed a renderle con raffinatezza e maestria.
L’odio per il diverso è lungi dall’essere vinto: troppi sono, di questi tempi, gli episodi di discriminazione, di tutti i tipi, ideologici, etnici, di genere e caratteriali.
Vorrei che film come questo facessero riflettere: perché non si deve giudicare mai una persona dall’impressione che suscita o dalla sua apparenza, ma dalle sue doti interiori. E sempre, chi disprezza gli altri, ha molto da imparare da questi ultimi.



Trailer ufficiale di "The Imitation Game"


https://www.youtube.com/watch?v=i0JY79_Kiww





martedì 14 maggio 2019

Doris Day, una ex ballerina che divenne cantante ed attrice




Ho saputo della sua morte per caso, guardando la televisione che trasmetteva due suoi film contemporaneamente. Doris Day se ne è andata, e con lei scompare un’altra importante icona della gloriosa Hollywood del passato.
Doris Day nasce a Cincinnati, negli Stati Uniti, il 3 aprile del 1922: il suo vero nome è Doris Mary Ann Kappelhoff. Ella è figlia del famoso pianista e organista di origine tedesca William Joseph Kappelhoff e di Alma Sophie Kappelhoff.
Già da bambina Doris dimostra un grande talento artistico, anche se, all’inizio, pare che la sua carriera si debba concentrare solo sulla danza. A solo 12 anni Doris firma il suo primo contratto come ballerina.  Disgraziatamente, nel 1937, un incidente d’auto mette fine ad una professione per lei appena iniziata nel mondo del ballo.
Dopo il brutto incidente Doris torna a Cincinnati dove, con l'aiuto di suo padre, inizia, stavolta, a curare le sue attitudini canore. Doris comincia dapprima a cantare in una stazione radio locale e in seguito si unisce all'Orchestra Dixieland di Barney Rapp, dove rivela tutte le sue doti da interprete. È in questo periodo che assume il nome d’arte di Doris Day, prendendo spunto da una canzone che amava cantare sempre, Day by Day.
Alla fine degli anni '40, mentre si esibisce in un piccolo locale di New York, il regista Michael Curtiz, che si trova fra il pubblico, nota la giovane Doris e, trovando molto bella la sua voce, le offre un ruolo nel suo film "Romance on the High Seas" (1947).
Dopo quel film, che è molto apprezzato dal pubblico, la sua casa di produzione, la Warner, offre a Doris Day un contratto di 5 anni; il contratto, però, viene interrotto nel 1955, quando ella rinuncia al suo impegno con la Warner per passare alla Metro-Goldwyn-Mayer.
Nel frattempo, però, ha già realizzato film di successo come "My Dream Is Yours" (1949), " It's a Great Feeling", diretto da David Butler, e " Young Man with a Horn", sempre con Michael Curtiz.
È ancora col regista David Butler che gira altri film: "Tè per due" e “West Point Story". Nel 1951 partecipa a un terzo film intitolato "Storm Warning", ma questa volta sotto la direzione di Stuart Heisler.
Altri suoi film importanti restano  "Pillow Talk", “Calamity Jane”, “Love Me or Leave Me”, “The Man Who Knew Too Much”, “Teacher's Pet”, "The Tunnel of Love",  “Please Don't Eat the Daisies”, "Midnight Lace”, "Move Over, Darling".
Dopo aver fatto tantissimi film, serie televisive con grande riscontro di pubblico, un paio di album ed essere stata la tipica “ragazza della porta accanto” americana, Doris Day dà l’addio definitivo alle scene: lo fa nel 1986, dopo aver girato l’ultimo episodio della serie tv "Doris Day's Best Friends".
Anni dopo il suo ritiro dall’attività artistica Doris Day continua ancora a ricevere numerosi premi e riconoscimenti per la sua lunga carriera.
Nel 2011 torna, per l’ultima volta, a pubblicare un album, "My Heart".
Doris Day muore il 13 maggio 2019, nella sua casa in California.
Doris Day ha lavorato con attori celebri come Clark Gable, James Stewart, David Niven, Cary Grant, James Cagney; ha avuto registi altrettanto importanti come Michael Curtiz e Alfred Hitchcock. Alcuni suoi film come “The Man Who Knew Too Much” sono diventati delle icone nella storia del Cinema: “The Man Who Knew Too Much”, una pellicola dove lei intonava, in una scena drammatica, la celebre canzone “Que Sera Sera”.
“La ragazza della porta accanto” la avevano definita e la avevano proposta così, come un simbolo della donna semplice, della brava ragazza, della figlia, moglie e madre americana tutta stelle e strisce.
E certo, lei non ha fatto mai nulla per negare questo “vestito” che le avevano cucito addosso. Tuttavia ebbe una amicizia profonda, sincera, a cui fu fedele contro tutti i pregiudizi, per il suo collega Rock Hudson, che poi morì a causa dell’AIDS da lui contratto a motivo della sua omosessualità.
Suo figlio avrebbe dovuto essere presente nella villa di Roman Polanski e Sharon Tate il giorno in cui Charles Manson compì la sanguinosa strage di Bel Air: pare proprio che l’obiettivo principale dovesse essere proprio lui, il figlio della “ragazza della porta accanto”. Ma Doris Day convinse suo figlio a non andare a quella maledetta festa, e mi chiedo se non sia stato davvero un presentimento suggerito a Doris Day da qualche presagio interiore.

(Tutti i diritti delle immagini sono di proprietà dell’autore)



Doris Day canta "Que sera sera" nel film "The man who knew too much"





sabato 11 maggio 2019

“Arsenico e vecchi confetti”: apparentemente è solo un thriller


Programmazione notturna per un film che, per questo motivo, aveva la possibilità di essere visto solo da quei pochi nottambuli che potevano scegliere di prediligerlo, rispetto ad altri. E con questa pellicola, “Arsenico e vecchi confetti” (“Married Life”) è successo proprio questo: l’ho visto per caso e devo ammettere che l’ho trovato gradevole, sebbene chi lo ha visto con me ha avuto parole molto più lusinghiere.
Anni 40, Stati Uniti d’America. In principio una voce narrante, che poi è quella di uno dei protagonisti, ci presenta Harry Hallen, un uomo di mezza età sposato da anni, il cui matrimonio risulta saldo, in apparenza. La realtà, in effetti, è ben diversa poiché Harry ha una giovane amante e vorrebbe lasciare sua moglie per sposarla.
Harry confida tutto a Richard, il suo più caro amico, ossia colui che racconta e commenta la storia, e gli chiede il suo consiglio. Harry conosce allora Kay, il giovanissimo amore di Harry, e se ne innamora.
Harry, dopo averci pensato a lungo, decide di uccidere sua moglie, per non farla soffrire con un abbandono e un divorzio: per fare questo vuole servirsi di un veleno che mescolerà al digestivo che la moglie prende la sera.
Intanto Richard scopre che anche Pat, la moglie di Harry, ha una relazione con John O’Brien, un amico di famiglia; tuttavia egli cerca di dissuadere Pat dal lasciare il marito per John, poiché un loro divorzio ostacolerebbe la realizzazione del suo amore per Kay, che egli sta già corteggiando assiduamente.
Harry ha già approntato il suo piano omicida sostituendo con del veleno la pozione digestiva della moglie e si reca da Kay per comunicarle che presto potranno sposarsi; Kay, però, ha già deciso di lasciarlo perché, nel frattempo, si è innamorata di Richard: vedendoli insieme, il suo amico e la sua amante, Harry comprende che ha sbagliato tutto e corre a casa dalla moglie per impedirle di bere il veleno.
Una volta a casa Harry sostituisce la bottiglietta contenente la polvere mortale con quella del normale digestivo e si assicura, così, che la moglie sopravviva. Mentre è alla finestra, per un caso fortuito, Harry riesce a vedere John, l’amante di sua moglie, che si dilegua e capisce, con dolore, cosa deve fare: deve tacere e fare finta che nulla sia accaduto.
In ultimo vediamo una riunione fra amici: Richard ha sposato Kay, John ha sposato anche lui una ragazza ed è felice, e il matrimonio fra Harry e Pat sembra essere il migliore che possa esservi: agli occhi del mondo non si è mossa una foglia e tutto rientra nella normalità.
Il film è senza dubbio un thriller, tanto è vero che la trama fu già usata in uno degli episodi della serie di gialli televisivi di Alfred Hitchcock, ma non è solo un thriller.
Alla base di questa storia c’è un libro del 1953, “Five Roundabouts to Heaven”, di John Bingham: un romanzo ben scritto e ben studiato, con degli approfondimenti psicologici davvero ammirevoli. Il tono narrativo della pellicola, a dire il vero, è quello elegante, tipico della commedia, curato nei dettagli, quali i costumi, la scenografia e la fotografia.
La regia e gli attori sono impeccabili: Pierce Brosnan ricorda molto da vicino il personaggio di Walter Neff, impersonato da Fred MacMurray in “Double Indemnity”; gli altri interpreti sono Chris Cooper, Patricia Clarkson, Rachel McAdams e David Wenham, e tutti ricalcano fedelmente gli stilemi della recitazione anni 40, con misura e immedesimazione.


Qui trovate il link al film completo





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Ciò che mi ha colpito particolarmente del film "Mr Holmes - il mistero del caso irrisolto", girato nel 2015 e diretto da ...