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martedì 22 ottobre 2019

PIGMALIONE e MY FAIR LADY? Due doni di George Bernard Shaw



Lessi il PIGMALIONE di George Bernard Shaw quando avevo circa venti anni: a quella età i libri li divoravo. Avevo visto, tuttavia, il film MY FAIR LADY, che altro non era che la trasposizione cinematografica dell’omonimo musical di Broadway, tratto proprio dal lavoro teatrale PIGMALIONE di George Bernard Shaw.


Il titolo della commedia di George Bernard Shaw si riferisce al mito di Pigmalione, narrato da Ovidio. Pigmalione era il miglior scultore della Grecia Antica che la Dea Venere fece innamorare della statua raffigurante una bellissima donna, che lui stesso aveva scolpito. La statua, per intervento della Dea, prese vita e venne poi chiamata Galatea.
Come Pigmalione il protagonista maschile plasma, modella una creatura nuova, dandole nuova vita, e sviluppando anche un certo sentimento per lei.


 Chi avesse mai assistito alla rappresentazione scenica di PIGMALIONE si sarebbe comunque perso qualcosa di interessante, secondo me: l’introduzione alla storia, scritta da Shaw.
Consiglio di leggerlo, questo piccolo libro. Nel prologo Shaw fa una disamina, molto stimolante, sulla lingua inglese, sulla sua storia, le sue origini, sulla sua dizione, sulle stranezze legate alla sua ortografia e la sua pronuncia. Indubbiamente, per chiunque si sia cimentato con la lingua inglese, senza essere un madrelingua, sa bene come la lingua di Shakespeare sia complicata. Questo non vuol dire che un madrelingua sia esente da errori: Shaw, e il professor Higgins, protagonista della storia, sono critici proprio verso gli inglesi e sul modo che hanno di intendere l’inglese. Un altro discorso ci sarebbe da fare sull’inglese parlato negli Stati Uniti o su quello parlato in Australia o in Nuova Zelanda o in Sud Africa. Ma questo è un argomento per gli esperti.

Qui mi voglio occupare del lavoro teatrale e del film musicale.

Londra, prima metà del ‘900. Il professor Henry Higgins è un insigne studioso di fonetica, molto critico verso il modo con il quale la popolazione inglese media si confronta con la propria lingua. Egli ritiene che la gente non abbia alcun riguardo per la grammatica e la pronuncia e che, ogni giorno, le parole siano maltrattate e rovinate da accenti approssimativi, da dizioni errate. All’uscita dal teatro, di sera, egli nota una povera ragazza vestita in maniera trasandata che vende fiori ai passanti. 


La ragazza si chiama Eliza Doolittle e Higgins si accorge che, oltre al modo di comportarsi, è soprattutto il suo linguaggio che lascia molto a desiderare: Eliza, infatti, si esprime nel tipico vernacolo londinese, il cockney. È in quel momento che Higgins afferma che potrebbe, in soli tre mesi, fare in modo che Eliza cambi radicalmente, sia nelle maniere che nel modo di parlare: “Potrei farti passare per la Regina di Saba”, le dice. La sua dichiarazione viene condivisa con un altro insigne linguista, Hugh Pickering, esperto di dialetti indiani. La conseguenza è che Eliza stessa si presenta, di sua spontanea volontà, a casa del Professore: il suo desiderio più grande è proprio quello di cambiare vita, di diventare una “dama rispettabile”. 

Ed Higgins accetta la sfida, sotto gli occhi divertiti di Pickering che seguirà, accanto a lui, l’evolversi di questa interessante situazione. Eliza, tuttavia, ignora che lo studio che dovrà sostenere è quanto di più faticoso e snervante possa esservi. Higgins è un vero tiranno con lei: le impartisce lezioni di etichetta obbligandola a camminare con libri sulla testa, a bere il tè secondo un severo codice vittoriano, con regole che farebbero impallidire anche il più severo anfitrione. La lingua, poi, si trasforma in un incubo per la piccola fioraia: è costretta a parlare tenendo sassi in bocca, ripetendo innumerevoli volte le stesse frasi e le stesse parole che, per Higgins, sono pronunciate in maniera ripugnante. Senza dubbio l’impresa sembra più difficile di quanto apparisse all’inizio. Inaspettatamente la svolta decisiva avviene una sera, quando la stanchezza ha sopraffatto tutti: è allora che Eliza, con grande gioia di Higgins e Pickering, riesce a pronunciare, correttamente e senza accento, la frase “THE RAIN IN SPAIN FALLS MAINLY ON THE PLAIN” (LA PIOGGIA IN SPAGNA CADE PRINCIPALMENTE SULLA PIANURA). Da quel momento Eliza migliorerà sempre di più, guadagnandosi la stima e la simpatia del burbero Higgins. Ora la ragazza deve solo superare l’ultima prova, quella decisiva: deve essere presentata ad un evento sociale nel quale interverranno persone di riguardo ed altolocate. Nonostante tutti i timori di Higgins, Eliza stupisce ed incanta tutti gli invitati per la sua classe e per il suo modo di parlare, così ricercato e garbato.

Fin qui la storia coincide, in linea di massima, sia per quanto riguarda il lavoro teatrale sia per quanto riguarda la commedia musicale. Quello che cambia è ciò che avviene in seguito. Nella commedia musicale, infatti, Higgins si rende conto di essersi innamorato di Eliza e le dichiara i suoi sentimenti, assicurando il lieto fine con l’unione dei due. Nell’opera originale scritta da Shaw, invece, si mette in risalto solo l’interesse fervido che il novello Pigmalione ha per la sua Galatea, ma tutto termina lì. Allo spettatore viene lasciata la facoltà di supporre la conclusione, che però sembra essere tutto l’opposto della commedia musicale:  Eliza, a quanto pare, si lascia alle spalle Higgins e Pickering per sposare il suo nuovo spasimante, Freddy.


MY FAIR LADY è una commedia musicale che debuttò a Broadway nel 1956, in cui i due ruoli principali, quelli di Eliza e di Higgins erano sostenuti rispettivamente da Julie Andrews e da Rex Harrison. Questi due giganti dello spettacolo riuscirono, grazie al loro temperamento, a portare nel firmamento di Broadway questa commedia musicale che divenne un successo.
Ciononostante, quando si trattò di farla divenire un film, qualche cosa di molto importante venne cambiata.
Questo accadde perché, per un puntiglio della casa cinematografica, non si volle riproporre la coppia originaria, sostituendo la protagonista. Eliza non venne, infatti, interpretata da Julie Andrews, bensì da Audrey Hepburn.
Audrey Hepburn era una grande attrice, ma non era un soprano, con anni di studio alle spalle come Julie Andrews. E poiché la Hepburn era una bravissima ballerina, ma non riusciva a prendere determinate note, i produttori decisero di doppiarla, nelle parti musicali. La voce che si ascolta, nelle canzoni, è quella del soprano Marni Nixon, la quale prestò il suo canto straordinario a molte altre attrici, prima e dopo MY FAIR LADY.
Il risultato fu che quell'anno, oltre a molte nomination, MY FAIR LADY vinse davvero molti Oscar: come miglior film, per il produttore, Jack Warner; come migliore regia a George Cukor; come miglior attore protagonista a Rex Harrison; come migliore fotografia a Harry Stradling Sr.; come migliore scenografia a Gene Allen, Cecil Beaton e George James Hopkins; come migliori costumi a Cecil Beaton; come miglior sonoro a George Groves; come miglior colonna sonora a André Previn. La pur brava Audrey fu nominata, ma non vinse. Per una singolare combinazione, invece, il premio andò proprio a Julie Andrews, che quell'anno interpretò la mitica Mary Poppins. Credo che questo debba far riflettere.

MY FAIR LADY, il film e la commedia musicale. Audrey Hepburn e Julie Andrews: due modi diversi di essere Eliza Doolittle.

Amo Audrey Hepburn, ma non nei film che tutti giudicano i suoi migliori. Trovo dolce e irresistibile la sua interpretazione in "Vacanze romane" (Roman Holidays) accanto a Gregory Peck, nel 1954. Questo fu il suo primo film davvero importante e le valse un meritato Oscar.
Nel film “La storia di una monaca” (The Nun's Story) ella ripercorre, con lo spirito, un periodo difficile e triste della sua vita: quello della guerra. E nel riportarlo sullo schermo si vede quanto sia profonda quella esperienza.
In Sciarada (Charade), accanto all'intramontabile Cary Grant, si esprime con tanta classe e molto fascino.
E che dire de “Gli occhi della notte” (Wait Until Dark)? In quel film Audrey Hepburn ricopre il ruolo di una donna non vedente alle prese con tre spietati criminali. Mi ha sempre affascinato l'intensità della sua recitazione in quel film, a cui sa dare toni altamente drammatici.
Julie Andrews è una icona irraggiungibile dei film musicali hollywoodiani. Oltre alla già citata Mary Poppins, infatti, la si ricorda sempre per il film di culto "Tutti insieme appassionatamente" (The Sound of Music). A questo aggiungerei, senza ombra di dubbio, "Victor Victoria", storicamente più recente rispetto ai precedenti, ma sempre condotto con la sua rinomata classe e talento impareggiabili.



Una curiosità, che forse pochi sanno: anche dalla commedia di George Bernard Shaw venne tratto un film, nel 1938, molto prima di MY FAIR LADY. Gli interpreti furono l'indimenticabile Leslie Howard (il quale ne fu anche regista insieme ad Anthony Asquith) e la bravissima Wendy Hiller.

Leggere la commedia originale di Shaw credo sia un gesto di omaggio imprescindibile verso lo scrittore inglese. La lettura sarà più gustosa in lingua originale o, per coloro che non parlano inglese, con traduzione a fronte.
Finita la lettura sarà bello vederla rappresentata, nella versione cinematografica o teatrale, secondo i gusti. Io ho aggiunto tutti e due i link, meglio abbondare.
La versione teatrale che propongo (in lingua inglese tanto quanto il film) è molto interessante: Eliza e Higgins sono interpretati, rispettivamente da Margot Kidder e da Peter O’Toole.
Dulcis in fundo, rilassandosi e gustandolo in tutto il suo glamour hollywoodiano, potremo immergerci nel musical, con Rex Harrison ed Audrey Hepburn.
Del film, vincitore di tanti Oscar, ho scelto due pezzi molto noti: “The Rain in Spain” e “Wouldn't It Be Loverly?”; poi ho proposto “I could have danced all night”, cantato da Julie Andrews, l’originale Eliza Doolittle.

Vorrei menzionare tutti i pezzi musicali (ma lascerò, invece, che li riascoltiate direttamente, da soli), perché ognuno è degno di nota ed ognuno rimanda a ricordi cari in ciascuno di noi: sono quelle melodie che senti da sempre, e che ti ritrovi, talvolta, a canticchiare, senza sapere il perché.




 PYGMALION – Full Movie 1938



PYGMALION –The Play – Act One


PYGMALION –The Play – Act Two


PYGMALION –The Play – Act Three


PYGMALION –The Play – Act Four


PYGMALION –The Play – Act Five (Final)

"MY FAIR LADY"/"Wouldn't It Be Loverly?" - AUDREY HEPBURN



"The Rain in Spain" – Rex Harrison, Wilfrid Hyde-White and Audrey Hepburn, 1964



JULIE ANDREWS -  My Fair Lady – I could have danced all night
https://www.youtube.com/watch?v=UJqBaA0CqOo



martedì 15 ottobre 2019

Still Alice: un diario reale sulla malattia che ci riguarda tutti



Alice Howland è una cinquantenne che è riuscita a raggiungere tutti i suoi obiettivi. Il suo è un matrimonio felice: ha dei figli adulti e responsabili ed ha una professione, quella di docente universitario, che la soddisfa e la gratifica. Tutto sembra andare davvero per il meglio nella sua vita. Improvvisamente, però, un giorno, durante una lezione, Alice dimentica un dettaglio mentre spiega. Da quel momento si accorge che non riesce più a ricordare le cose ed inizia anche a confondere i particolari quotidiani più semplici. Decide, così di sottoporsi ad una visita medica approfondita presso un neurologo. La diagnosi che ottiene la precipita nella disperazione: ella, infatti, si trova nella prima fase di una tipologia precoce di Alzheimer. L’Alzheimer, come molti sanno, è una patologia che provoca un progressivo e irreversibile deterioramento della memoria, dell'attenzione, della concentrazione, del linguaggio e del pensiero. Conscia del doloroso percorso che il destino le ha riservato Alice è, nonostante tutto, determinata a vivere un giorno alla volta: supererà ogni ostacolo con serenità e consapevolezza, fino a che la malattia lo consentirà. Solo così potrà affrontare convenientemente le difficili prove che la aspettano, consapevole che l’Alzheimer cambierà radicalmente il modo in cui lei percepisce il mondo, e il modo in cui il mondo percepisce lei. Vi saranno momenti di abbattimento, di sconforto profondo, ma anche di dolcezza e gioia: Alice, infatti, si troverà circondata da un amore intenso, dal calore e dal sostegno della sua famiglia, che non la lascerà sola.




Il film, uscito nel 2015 e diretto da Richard Glatzer e Wash Westmoreland, è una storia drammatica tratta dall'omonimo bestseller scritto nel 2007 da Lisa Genova, docente dell'Università di Harvard e PhD in Neuroscienze. Nel cast troviamo Julianne Moore nel ruolo della protagonista, Alec Baldwin, Kristen Stewart, Kate Bosworth e Shane McRae.




Si: le nostre vite sono fatte di ostacoli, grandi e piccoli, e non si deve mai credere che quello che accade agli altri non ci riguardi, perché l’umanità siamo anche noi.
Una malattia, come nel caso di Alice, può sconvolgere tutte le nostre certezze, i nostri punti di riferimento in apparenza più saldi.
Alice vive istanti di angoscia e arriva a programmare perfino il suo suicidio, che solo per un puro caso non riesce a portare a termine. Sono quegli attimi che tutti viviamo o potremmo vivere in certi casi, chiedendoci se mai ce la faremo, se riusciremo a vederne la fine.



Non è un caso che questo film, così toccante e significativo, abbia ricevuto dei meritati riconoscimenti agli Oscar, ai Golden Globe ed ai BAFTA, oltre un premio dei Critics Choice Award.
Ammirevole davvero lo sforzo e la bravura di una esperta del settore, la Dottoressa Lisa Genova, che ha saputo mettere, per prima, su pagina, tutto il travaglio di questa grave infermità.
A lei, ma anche all’interprete, Julianne Moore, a Baldwin ed agli altri attori, nonché ai registi e agli sceneggiatori, va tutta la mia stima ed ammirazione.



STILL ALICE – Trailer ufficiale in Italiano

https://www.youtube.com/watch?v=WLlTTDsKk_Y


domenica 6 ottobre 2019

El secreto de sus ojos: un libro e un film intensi che sanno parlare al cuore


La sera che scelsi di guardare El secreto de sus ojos (Il segreto dei suoi occhi) ne restai profondamente colpito. Mi restò impresso per la sua tematica: una tematica difficile, per certi versi ardua da trattare. Si parlava di una violenza carnale sfociata in omicidio, sullo sfondo del colpo di stato in Argentina. Da questo punto di vista il film differisce molto dal libro, perché l'epoca in cui è stato collocato il romanzo è di qualche decennio prima rispetto al film. Eppure la scelta di ambientare la storia ai tempi del golpe (un pezzo tragico, scuro della storia argentina) è servito ad accentuare le note drammatiche nel film. Il libro, così, risulta molto più intimistico e concentrato sul dolore dei personaggi. La violenza è comune ad entrambi, ma è una violenza che nelle pagine è quasi silenziosa, mentre nel film esplode, visibile e forte.


Benjamin Esposito (interpretato  da Ricardo Darin), che nel libro ha il nome di Benjamin Chaparro, si lascia alle spalle la sua vita passata di funzionario nel Tribunale Penale della capitale. Ora, avendo tempo a disposizione, decide di scrivere un romanzo che fa riferimento ad un caso di 25 anni prima, in cui lui aveva svolto un ruolo importante a livello investigativo: nonostante lo avesse risolto, però, non c’era stata la conclusione che tutti si sarebbero aspettati.
A Buenos Aires, nel 1973, una giovane donna sposata, Liliana Morales Colotto, venne barbaramente stuprata ed uccisa. 


Benjamin ed il suo collega, Pablo Sandoval, furono incaricati della risoluzione del delitto. Il magistrato a cui Benjamin faceva riferimento, in quella occasione, era una donna che lo aveva attratto profondamente, Irene Menéndez Hastings (interpretata da Soledad Villamil).
Benjamin rammenta come il marito della vittima, Ricardo Morales, fosse ossessionato, ogni giorno, dal pensiero della perdita di colei che era tutto per lui e dal desiderio di trovare chi l’aveva strappata al suo amore.
Così, fortemente motivati, Benjamin e Sandoval, grazie al loro lavoro paziente, riuscirono a risalire all’assassino di Liliana Morales: esso fu individuato in un giovane dalla psiche contorta, Isidoro Gomez, che aveva sviluppato una insana e morbosa passione per Liliana.
Dopo un inseguimento rocambolesco durante una partita di calcio, in un grande stadio affollato, Gomez, venne, infine arrestato.
Grazie ad uno stratagemma di Irene, il magistrato incaricato, Gomez fu costretto a confessare sia lo stupro che il crudele omicidio.
Ma gli eventi precipitarono. L’Argentina venne sconvolta da un colpo di stato ed anche l’indagine ne subì l’influsso: una indagine che, tuttavia, era già incerta a motivo dell’accidia e della infingardaggine degli altri funzionari, sia della polizia che del tribunale. Sandoval, l’amico e collega di Benjamin, contrario al regime di Videla, venne trovato ucciso dai sicari dei dittatori argentini. Gomez, l’assassino spietato, fu arruolato proprio nelle forze speciali incaricate dallo stato di reprimere coloro che si opponevano al nuovo ordine militare: Isidoro, con la sua tempra, sembrava proprio adatto a ricoprire l’incarico di torturatore e boia.


Nonostante tutto, questo non fermò Ricardo Morales, che viveva ancora nel ricordo della moglie morta, dalla sua ricerca del meritato castigo per colui che aveva distrutto per sempre la sua vita.

Allo stesso modo, durante tutti i 25 anni trascorsi, Esposito è sempre stato assillato dal ricordo di questa indagine; lo è stato non solo per il suo senso di giustizia inappagato, ma anche per quell’amore, mai confessato, per Irene. Quella morte disumana, che non ha trovato una risoluzione, è anche la sua personale ossessione; ossessione a cui associa il tormento di un sentimento egualmente irrisolto. E la speranza di esorcizzare le sue paure scrivendo non può approdare a nulla senza una catarsi che lui deve affrontare.
Non vorrei mai rovinare ai miei lettori l’imprevisto legato al finale, sia del libro che del film; scoprirete, tuttavia, che il romanzo e il film differiscono molto da questo punto di vista.
Vi dico solo che questo romanzo che vuol scrivere sarà, per Benjamin, l’occasione di confrontarsi con se stesso: con i suoi timori, con i suoi incubi del passato e con i suoi sentimenti per Irene.


L'interpretazione di tutti gli attori argentini è superba. Fra questi ci sono da 
segnalare i due protagonisti Ricardo Darin e Soledad Villamil. Trovo da sempre favoloso Ricardo Darin - uno degli attori più celebrati in Argentina ed in Sudamerica - e non solo in questo lavoro: Darin ha un volto drammatico, appassionato, incisivo; il suo modo di recitare è pieno di sensibilità e la sua interpretazione è intensa; il suo volto sa rimandare in maniera precisa i sentimenti che il personaggio vive. La sua partner, Soledad Villamil, non è solo una attrice: è anche una cantante di successo in Argentina, una performer famosa. Fra i due interpreti si crea una alchimia perfetta che ci dà la cifra di quanto sia bello e ben fatto questo film.
Anche la fotografia gioca un ruolo importante, con le sue tonalità aspre, prediligendo le ombre e i contrasti luce-buio: è una fotografia che si accoppia alla ambientazione, con questa oscurità che restituisce il senso della cupezza di questa storia.
Come ho già detto il finale, unitamente ad altri dettagli dissimili, fa di questo film qualcosa di diverso, con più emozioni.
Certo è un film tipicamente argentino. Ma io direi, addirittura, tipicamente sudamericano, grazie anche alla produzione Ispano-Argentina; grazie al linguaggio usato, pressoché privo di tutti quegli idiomi di cui invece il libro è ricco.
El secreto de sus ojos sa avvincere lo spettatore, colui che riesce a capirne la bellezza. Una bellezza dolorosa. Una bellezza che ti lascia dentro tanto amaro: un amaro che, in ogni caso, lascia spazio alla speranza, perché la speranza può nascere dalla sofferenza, aiutandoti a risollevarti dai momenti tragici.
C'è, ovviamente, anche la tematica della vendetta. Purtuttavia è una vendetta che non è barbara rivalsa, ma che nasce dal dolore e dal sentimento di giustizia. Alla fine è una vendetta che non appaga nessuno, neanche chi sceglie di compierla.

Il romanzo di Eduardo Sacheri, La pregunta de sus ojos, è senz’altro da leggere, pieno di significato e di sentimento. La sceneggiatura, tratta dal libro, si avvale proprio della collaborazione di Sacheri, che ne ha garantito la validità.
Credo che, per chi vuol confrontare le emozioni vissute dalla lettura del libro con il cinema, allora El secreto de sus ojos, diretto nel 2009 da Juan Josè Campanella, e vincitore dell’Oscar nel 2010 come miglior film straniero, sia l’unico film da vedere.



IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI, Trailer ufficiale Ita.

https://www.youtube.com/watch?v=hIG_vj_J4Tg



IL SEGRETO DEI SUOI OCCHI - Film completo in lingua originale

https://www.youtube.com/watch?v=6p_-nI2tbgg


(Tutti i diritti di ogni disegno sul blog appartengono all'autore)

mercoledì 2 ottobre 2019

L’UOMO INVISIBILE, DI HERBERT GEORGE WELLS: IL SIMBOLO DELLA CREATIVITÀ CHE SI SCONTRA COL PREGIUDIZIO


Questa storia apparve, originariamente, a puntate, sul giornale Pearson’s Weekly, nel 1897. Essa divenne un romanzo quello stesso anno, al termine della pubblicazione in episodi.
Era nata dal genio creativo di Herbert George Wells, lo stesso autore de La macchina del tempo e La guerra dei mondi, ed anche uno dei miei scrittori preferiti.
Lessi il libro da adolescente, quando il malessere di vivere già cominciava a contraddistinguere la mia vita: lessi quelle righe con avidità, divorando quel volume, immedesimandomi nel protagonista.
È così che parlare de L’uomo invisibile, per me, equivale a parlare di un pezzo della mia vita, di me stesso.
Quando mi venne l’dea di dare vita a questo blog avrei voluto cominciare proprio parlando di lui, ma poi decisi di dedicare il primo post a The Shadow, che certo ha molto in comune con l’uomo invisibile.
Al principio della narrazione leggiamo la descrizione dell’arrivo di un misterioso sconosciuto nel villaggio di Iping, nel West Sussex. La sua comparsa provoca scompiglio nel piccolo paese, a motivo del suo strano aspetto: l’uomo, infatti, è imbacuccato dalla testa ai piedi e delle bende gli coprono il viso; indossa sempre cappello, guanti ed occhiali neri. La spiegazione che tutti si danno, ovviamente, è che l’uomo sia stato vittima di qualche incidente.


Ma i misteri non finiscono lì.
Dopo poco, alla locanda dove alloggia, arrivano delle casse contenenti attrezzature chimiche: ampolle, provette, alambicchi, bottiglie di varie forme e dimensioni e tanti libri. L’uomo, il cui nome è Griffin (non si saprà mai il suo nome di battesimo) è quindi uno scienziato.
Wells, nel suo romanzo, tende molto a ridicolizzare l’ignoranza arrogante e maldestra dei cittadini di Iping in confronto alla personalità profonda, sebbene travagliata, di Griffin, poiché risulta evidente una marcata ostilità dei paesani per lo studioso: quando lo stupido non capisce qualcosa la deride o la odia, ma il suo scopo è sempre distruggerla.
Ben presto questa tensione raggiungerà il suo acme e la guerra sarà apertamente dichiarata. Solo allora gli abitanti di Iping scopriranno chi è davvero colui che hanno di fronte: un uomo dall’ingegno formidabile che, grazie alla sua conoscenza delle leggi della chimica e della fisica, è riuscito a realizzare l’antico sogno di rendere un essere vivente invisibile.


Sotto quelle bende si cela il primo ed unico uomo invisibile che sia mai esistito; nonostante questo la sua scoperta non gli guadagnerà l’ammirazione e la stima dell’umanità, bensì disprezzo, astio ed infida malevolenza.
E benché, apparentemente, dal tessuto narrativo, emerga che Griffin debba essere visto come una figura sfuggente, poco empatica, oscura, tuttavia l’impressione che se ne ricava è diametralmente opposta: si finisce per riconoscere in Griffin solo un’anima in pena, un essere umano che soffre di un dolore immenso derivante dall’incomprensione del barbaro animo umano.
Mi auguro, a questo punto, che i miei lettori saranno invogliati a leggere il libro, per scoprire in maniera più approfondita la trama ed il suo finale.


Per chi volesse saltare a piè pari la lettura vi è, in alternativa, la visione di alcuni accettabili adattamenti cinematografici.
Il primo film importante che ha usato come sceneggiatura il libro di Wells è stato girato nel 1933. La regia era di James Whale, mentre il ruolo di Griffin fu affidato al bravissimo Claude Rains. Ne fu girato un sequel nel 1940 (The Invisible Man Returns) ed il ruolo di protagonista non fu più di Rains ma del mitico Vincent Price. Altri episodi, meno rilevanti, furono fatti ancora una volta nel 1940, poi nel 1942 ed infine nel 1944.


Tralascio di parlare di altri film più recenti che, in maniera più o meno accentuata, si rifacevano al libro originale di Wells, perché non li ritengo neppure degni di nota.
Avevo immaginato, mentre la leggevo, di veder realizzata quella storia in uno sceneggiato, fatto da professionisti inglesi, con attori inglesi, in maniera fedele al libro. Ebbene questa speranza ebbe a realizzarsi pienamente solo nel 1984, a cura della casa di produzione televisiva più famosa del Regno Unito, la BBC.

Per questo vi accludo i link a tutti gli episodi di questa fiction: sono in lingua inglese, ma credo che potranno essere apprezzati anche da chi non conosce la lingua di Shakespeare, per la bravura della messa in opera e per lo stile recitativo degli attori.
In controtendenza con i gusti moderni, ed avendo avuto già quando ero giovanissimo dei gusti che si scontravano con le mode di allora, credo in questo caso, di essere davvero uno dei pochi a soffermarmi su certi dettagli, oggi desueti e snobbati. Ma non mi importa.
Dichiaro il mio amore incondizionato ed illimitato per la figura di Griffin, l’uomo invisibile: per il suo tormento, per la sua afflizione, per il suo calvario di essere umano che, come tutti, dovrebbe meritare almeno pietà (e con questa parola cito una frase finale del libro), ma che si vede negare anche questa, con astio.



L’uomo invisibile è più, molto, molto di più di science fiction: è un racconto drammatico che simboleggia la ferocia irragionevole e sconsiderata dell’animo umano; è una parabola simbolica di chi propone qualcosa di nuovo al mondo, sperando che ne comprenda l’importanza: una idea, un prodotto della creatività, qualsiasi cosa di originale e inconsueto. Ma il mondo è troppo preso da se stesso e dalle sue grettezze, dalla sua pochezza, per vedere con occhi privi di pregiudizi. A questo aggiungerei anche una buona dose di conformismo (quello che fa dire “Noi siamo normali ed accettiamo solo quelli normali come noi”) e di perbenismo (quello che caratterizza i bigotti, più o meno dichiarati, da secoli).

Griffin rappresenta il sovversivo, l’artefice di cose magnifiche e grandiose, che si schiantano contro la cecità individuale.
La gente preferisce le cose vuote, stupide e retoriche, prive di verità: la gente ama l’arroganza, coloro che sanno vendere l’aria con artifici grotteschi, facendo la voce grossa, improvvisandosi imbonitori del nulla con un megafono assordante.
La gente, da secoli, condanna se stessa, grazie alla sua ottusità, alla miseria, allo squallore sociale e spirituale in cui vive da tempo immemorabile.
E, forse, questa ottusità degli uomini ne sancirà, per sempre, la fine.



 THE INVISIBLE MAN, the fiction (BBC- 1984)



THE INVISIBLE MAN – Episode 1




THE INVISIBLE MAN – Episode 2




THE INVISIBLE MAN – Episode 3




THE INVISIBLE MAN – Episode 4




THE INVISIBLE MAN – Episode 5




THE INVISIBLE MAN – Episode 6 - Final




(Tutti disegni sono di proprietà dell'autore del blog)

Mr Holmes: uno Sherlock a riposo per Ian McKellen

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