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sabato 31 agosto 2019

La maledizione dello Scorpione di Giada: un film che sa incantarti con diabolica astuzia






Mi piacque da subito. Credo fosse per la musica che lo introduceva, che è poi la colonna sonora principale del film (l’indimenticabile Sophisticated Lady, eseguita dall’orchestra di Duke Ellington), ma anche per il luogo e l’epoca in cui la storia è ambientata: la suggestiva New York degli anni 40. Non si può nascondere, inoltre (come si potrebbe?), una passione profonda per quasi tutti i lavori del regista ed interprete di questo film: Woody Allen. Ho detto di quasi tutti i film di Woody Allen, perché alcuni, ancorché celebrati dalla critica, non mi hanno mai convinto.
Ma torniamo a quello di cui ci stiamo occupando: La maledizione dello scorpione di giada, a dire il vero, ne ha molti, troppi di motivi per affascinare lo spettatore. Atmosfera, trama, dialoghi: alla fine non sfugge perfino l’impressione che sia stato tutto costruito – dannatamente bene - con una formula un po’ ruffiana, riproponendo certi archetipi di un cinema del passato (Il falcone maltese, il grande sonno) a cui tutti siamo, in qualche maniera, legati.
La vita di C. W. Briggs si è sempre svolta seguendo una certa routine, senza eccessivi squilibri: egli è un abile e capace investigatore di una rinomata agenzia di assicurazioni, ed ha sempre portato a termine le sue indagini con successo. Tutto cambia quando la compagnia assume una nuova contabile, Betty Ann Fitzgerald. Miss Fitzgerald è brava ed efficiente, ma davvero pignola e tende molto a rinnovare le cose: per questo ella ritiene Briggs un residuo del passato, inutile e molesto; gli scontri fra i due raggiungono livelli esasperanti, perché Betty Ann vuol davvero mandare C.W. in pensione, in questa scelta appoggiata dal capo, Mr. Magruder, con cui intrattiene una relazione. Durante una festa in onore di uno degli impiegati Fitzgerald e Briggs vengono sottoposti ad un esperimento di ipnosi da un illusionista dal nome fantasioso di Voltan; Voltan li induce in uno stato di trance e, per la prima volta, fa nascere, artificiosamente, una storia d’amore fra i due avversari i quali, una volta risvegliati, non rammentano nulla. Un inspiegabile furto nella ricca villa dei Kensington comincia a mettere in dubbio le capacità investigative di C.W., dando così modo a Betty Ann di chiedere il suo licenziamento. Tuttavia Briggs, convinto che il furto sia stato pianificato da qualcuno che ha accesso ai dati dell’agenzia, punta i suoi sospetti proprio su Fitzgerald. Si nasconde, così, a casa sua e scopre la relazione che ella ha col capo, salvandola, in seguito, da un tentativo di suicidio. Ora l’uno sospetta dell’altra ma, in fondo, nessuno dei due ne è davvero convinto. Betty Ann restituisce il favore a C.W., penetrando di nascosto in casa sua e trovando, con sua gran sorpresa, la refurtiva che tutti cercano. Ella decide, così, di denunciarlo, assistendo, per di più, ad una strana telefonata che pare far piombare Briggs in uno stato di trance, come quello che c’era stato durante lo spettacolo dell’illusionista. 

Durante la notte viene commesso un secondo furto e C.W., accusato da Fizgerald, viene arrestato per entrambi i crimini; egli riesce ad evadere grazie all’aiuto di Laura Kensington, la scapestrata figlia del magnate che ha subito il furto dei gioielli e che ha un debole per lo sfortunato investigatore. Briggs, cercando il posto più insospettabile per nascondersi, decide che questo nascondiglio è proprio la casa di Betty Ann. Ella accetta di ospitarlo, ma con riserva, ed anche ella riceve una telefonata che la rende come un automa: Fitzgerald, sempre in stato catatonico, conferma a Briggs il suo amore, ma poi sparisce e, quella sera stessa, si verifica un terzo furto di cui lei, una volta riavutasi, dà la colpa a Briggs. 




C. W. è davvero in alto mare e non riuscirebbe a raccapezzarsi se uno dei suoi abituali informatori non gli desse un nome che nell’ambiente della criminalità viene fatto legandolo ai furti: Polgar. Confidatosi coi suoi colleghi di ufficio scopre che Polgar altri non è che il nome del Mago Voltan, il quale aveva ipnotizzato Fitzgerald e Briggs la sera della festa. Tutto diviene, finalmente, chiaro: Voltan Polgar, l’ipnotista, ha fatto in modo che C.W. e Betty Ann compissero i furti per lui, telefonando prima all’uno e poi all’altra e ripetendo le parole d’ordine che li ponevano sotto il suo controllo mentale. C. W., con l’aiuto di un altro impiegato esperto di ipnosi che cancella nella mente di Briggs il potere della parola chiave, si precipita sulle tracce della sua collega Fitzgerald; una volta trovatala la salva, con un atto di coraggio, dalla minaccia dell’illusionista e malfattore Polgar.
Tutto si conclude, pare, nel migliore dei modi: C.W. è totalmente scagionato, tanto quanto Betty Ann, ma il vecchio detective non se la sente più di rimanere nella agenzia nella quale lavora da anni. Nel frattempo Fitzgerald pianifica il matrimonio con il suo capo, Magruder; questo matrimonio, però, non viene visto con molto entusiasmo da C.W. il quale cerca di convincere la donna a non partire, confessandole il suo amore. Ogni tentativo appare inutile e Betty Ann si dimostra irremovibile, costringendo così Briggs a pronunciare la parola che Polgar usava per far scattare in lei lo stato ipnotico. La donna si abbandona, così, al suo richiamo e lo segue senza indugi. La sorpresa finale sta nel fatto che non è stato solo C.W. ad essere “disinnescato” dal collega dell’ufficio, ma anche Fizgerald la quale, evidentemente, aspettava solo un segno da Briggs per andare via con lui.
Lo “scorpione di giada” che viene nominato nel titolo è il principio del comando mentale che il mago Voltan Polgar adopera per ridurre le sue vittime sotto il suo controllo.



Ho detto all’inizio di come questo film riesca ad avvincermi: sembra un film di altri tempi, e a dire il vero lo è, a tutti gli effetti: Allen è stato fin troppo bravo a ricostruire il clima crepuscolare di quell’epoca magica per il cinema statunitense: lo ha fatto con i costumi, le luci, la fotografia e il trattamento particolare della sceneggiatura fatto con uno stile che sarebbe piaciuto a John Huston, Howard Hawks o Norman Z. McLeod. Soprattutto lo ha fatto con la colonna sonora, la quale è composta da vera musica jazz d’autore: oltre alla già citata Sophisticated Lady si possono ascoltare, infatti, dei veri capisaldi del jazz quali Two Sleepy People, Tuxedo Junction, How High The Moon, In a Persian Market, Flatbush Flanagan e Sunrise Serenade.


Non ho nominato a caso il regista Norman Z. McLeod, in quanto è colui che ha diretto il film Road to Rio (Avventura in Brasile), interpretato da Bob Hope e Bing Crosby e nel quale si parlava di persone ipnotizzate e costrette a fare cose contro la loro volontà. Il nome di Bob Hope, però, ritorna anche in un altro caso: il film Lo Scorpione d’oro (My Favourite Blonde) contiene infatti, nella sua trama, uno specifico riferimento al titolo del film di Allen. In altre parole La maledizione dello Scorpione di giada sembra essere un vero e proprio omaggio, perfettamente riuscito, a Bob Hope, Humphrey Bogart ed a tutto il cinema degli anni trenta e quaranta.
Che volete che vi dica: ad una certa età si comincia a guardarsi indietro con nostalgia. Tutte quelle storie che hanno popolato la nostra infanzia e la nostra giovinezza ci restano attaccate, inspiegabilmente, proprio come una induzione ipnotica: basta poco per farcele tornare alla mente; un volto, una parola, una musica particolare sono sufficienti per ricreare un certo incanto. E Woody Allen è stato davvero diabolico a ricostruire certe alchimie. Davvero un esperto in gran furbate.


La maledizione dello scorpione di giada - Trailer ufficiale





venerdì 16 agosto 2019

Peter Fonda: un cowboy che va sul suo cavallo verso l’orizzonte lontano



Mentre scrivo tutte le agenzie di stampa e tutti i telegiornali del mondo, anche in rete, stanno dando la stessa notizia: con Peter Fonda, scompare una delle ultime icone di quella che fu la controcultura degli anni sessanta. Una figura certo importante, se consideriamo anche la sua genealogia oltre al suo personaggio, inteso come spartiacque fra un certo tipo di cinema che ha contraddistinto un’epoca, e quello moderno, più essenziale e scarno.
Peter Fonda nacque il 23 febbraio 1939 a New York City. Proveniva da una famiglia di attori: suo padre era Henry Fonda, mentre sua madre era Frances Ford Seymour; era il fratello di Jane Fonda, ed il padre di Bridget e di Justin Fonda. Aveva una sorellastra, Frances de Villers Brokaw, nata dal primo matrimonio di sua madre, e che morì nel 2008.
La madre di Peter si suicidò in un ospedale psichiatrico quando Peter aveva solo dieci anni, tagliandosi la gola con un rasoio.
Mentre frequentava l'Università del Nebraska, a Omaha, Peter Fonda si unì alla Omaha Community Playhouse, dove molti attori (tra cui suo padre e Marlon Brando) avevano iniziato la loro carriera.
Si formò come attore teatrale per dedicarsi successivamente al grande schermo dove avrebbe dato voce e volto alla gioventù degli anni sessanta: quella generazione ‘on the road’ che era stata celebrata dallo scrittore Jack Kerouac, a metà fra la rivolta politica e il movimento hippy.




A consacrarlo come personificazione ideale di una età conflittuale fu Easy Rider, un film del 1969 da lui scritto e prodotto insieme con Dennis Hopper, fuori dagli schemi degli studios cinematografici del tempo: con questo film ottenne un grande successo di pubblico e di critica ed ebbe la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura. Grazie ad Easy Rider Fonda divenne uno degli emblemi della cultura pop, insieme a Hopper e Jack Nicholson, che recitarono con lui.
In seguito interpretò altri film, che ebbero meno risonanza, in particolare western: The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) del 1971, di cui curò anche la regia; Idaho Transfer, 1975; Wanda Nevada, 1979.
Nel 1988 fu per un breve periodo di tempo in Italia, per girare una mini serie televisiva tratta dal romanzo Gli Indifferenti, di Alberto Moravia.
Nel 1997, Fonda prese parte al film Ulee’s Gold (L’oro di Ulisse), nel ruolo di un nonno vedovo, allevatore di api, che deve prendersi cura delle sue due nipoti, interpretate da Jessica Biel e Vanessa Zima: è un intenso dramma sui conflitti generazionali che gli valse un premio importante: il Golden Globe per il miglior attore drammatico.  Ricevette inoltre altri due premi, dalla New York Film Critcs Circle Award, e dalla Southeastern Film Critics Association Award, come miglior attore protagonista.
Nel 2007 tornò sul grande schermo interpretando il cacciatore di taglie Byron McElroy nella nuova versione di 3: 10 to Yuma (Quel treno per Yuma), dove lavorò al fianco di Christian Bale e Russell Crowe. Il film ricevette due nomination agli Oscar. Recitò anche in un ruolo cameo nelle scene finali della commedia Wild Hogs (Svalvolati on the road) e come inquietante Mefistofele nel film Ghost Rider.
Nel 2009, è apparso nel ruolo di The Roman, in The Boondock Saints II: All Saints Day, e anche nella serie Californication.
Quindi è apparso in American Bandits: Frank e Jesse James (2010); The Trouble with Bliss (2011); Smitty (2012); Harodim (2012); As Cool as I Am (2013); Copperhead (2013); The Ultimate Life (2013); The harvest (2013); HR (2014); House of Bodies (2014); Jesse James: Lawman (2015); The Runner (2015); The Ballad of Lefty Brown (2017); The Most Hated Woman in America (2017); Borderland (2017) e Boundaries (2018).
È stato produttore esecutivo del documentario The Big Fix (2012).
Oggi, 16 agosto 2019, è giunta, inaspettata, la notizia della sua scomparsa, avvenuta a Los Angeles.
È giusto ricordare Peter Fonda, nel campo del cinema, come portavoce ed alfiere di un certo malessere giovanile: un malessere che sfociava, spesso nella ribellione agli schemi ed alle convenzioni, portando i giovani a lasciare la propria casa per viaggiare sulla strada, come viene mostrato nel film Easy Rider.
Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack Nicholson legheranno per sempre il loro nome ad Easy Rider, perché non fu solo un film, ma un manifesto, tanto quanto, anni prima, lo era stato Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause), con James Dean.
Per quel che mi riguarda, tuttavia, vi è un film di Peter Fonda al quale sono molto legato: questo film è The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings).
In quegli anni, gli anni 70, ero immerso in un certo tipo di cultura statunitense: quella della musica country e di un certo modo di vedere le cose tipico di una società che voleva riscoprire i valori individuali, a scapito di quelli collettivi tenuti, fino ad allora, in gran conto. Era un bisogno di introspezione, anche di solitudine se vogliamo, che io ritrovai pienamente nel film diretto ed interpretato da Fonda.
Lo ricorderò così, Peter Fonda – Harry Collings: la sua nera silhouette a cavallo che si staglia sulla collina, mentre un sole caldo tramonta all’orizzonte.




(I disegni sono di proprietà dell'autore)



The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) - Film completo



https://www.youtube.com/watch?v=UCsCRNByc3g



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