Mi piacque da subito. Credo fosse per la musica che lo
introduceva, che è poi la colonna sonora principale del film (l’indimenticabile
Sophisticated Lady, eseguita dall’orchestra di Duke Ellington), ma anche per il luogo e
l’epoca in cui la storia è ambientata: la suggestiva New York degli anni 40. Non si può nascondere, inoltre (come si potrebbe?), una passione profonda per
quasi tutti i lavori del regista ed interprete di questo film: Woody Allen. Ho
detto di quasi tutti i film di Woody
Allen, perché alcuni, ancorché celebrati dalla critica, non mi hanno mai
convinto.
Ma torniamo a quello di cui ci stiamo occupando: La maledizione dello scorpione di giada,
a dire il vero, ne ha molti, troppi di motivi per affascinare lo spettatore.
Atmosfera, trama, dialoghi: alla fine non sfugge perfino l’impressione che sia stato
tutto costruito – dannatamente bene - con una formula un po’ ruffiana,
riproponendo certi archetipi di un cinema del passato (Il falcone maltese, il grande sonno) a cui tutti siamo, in qualche
maniera, legati.
La vita di C. W. Briggs si è sempre svolta seguendo
una certa routine, senza eccessivi squilibri: egli è un abile e capace
investigatore di una rinomata agenzia di assicurazioni, ed ha sempre portato a
termine le sue indagini con successo. Tutto cambia quando la compagnia assume
una nuova contabile, Betty Ann Fitzgerald. Miss Fitzgerald è brava ed
efficiente, ma davvero pignola e tende molto a rinnovare le cose: per questo
ella ritiene Briggs un residuo del passato, inutile e molesto; gli scontri fra
i due raggiungono livelli esasperanti, perché Betty Ann vuol davvero mandare
C.W. in pensione, in questa scelta appoggiata dal capo, Mr. Magruder, con cui
intrattiene una relazione. Durante una festa in onore di uno degli impiegati
Fitzgerald e Briggs vengono sottoposti ad un esperimento di ipnosi da un
illusionista dal nome fantasioso di Voltan; Voltan li induce in uno stato di
trance e, per la prima volta, fa nascere, artificiosamente, una storia d’amore
fra i due avversari i quali, una volta risvegliati, non rammentano nulla. Un
inspiegabile furto nella ricca villa dei Kensington comincia a mettere in
dubbio le capacità investigative di C.W., dando così modo a Betty Ann di
chiedere il suo licenziamento. Tuttavia Briggs, convinto che il furto sia stato
pianificato da qualcuno che ha accesso ai dati dell’agenzia, punta i suoi
sospetti proprio su Fitzgerald. Si nasconde, così, a casa sua e scopre la relazione
che ella ha col capo, salvandola, in seguito, da un tentativo di suicidio. Ora
l’uno sospetta dell’altra ma, in fondo, nessuno dei due ne è davvero convinto.
Betty Ann restituisce il favore a C.W., penetrando di nascosto in casa sua e
trovando, con sua gran sorpresa, la refurtiva che tutti cercano. Ella decide,
così, di denunciarlo, assistendo, per di più, ad una strana telefonata che pare
far piombare Briggs in uno stato di trance, come quello che c’era stato durante
lo spettacolo dell’illusionista.
Durante la notte viene commesso un secondo
furto e C.W., accusato da Fizgerald, viene arrestato per entrambi i crimini;
egli riesce ad evadere grazie all’aiuto di Laura Kensington, la scapestrata
figlia del magnate che ha subito il furto dei gioielli e che ha un debole per
lo sfortunato investigatore. Briggs, cercando il posto più insospettabile per
nascondersi, decide che questo nascondiglio è proprio la casa di Betty Ann.
Ella accetta di ospitarlo, ma con riserva, ed anche ella riceve una telefonata
che la rende come un automa: Fitzgerald, sempre in stato catatonico, conferma a
Briggs il suo amore, ma poi sparisce e, quella sera stessa, si verifica un
terzo furto di cui lei, una volta riavutasi, dà la colpa a Briggs.
C. W. è davvero in alto mare e non riuscirebbe a
raccapezzarsi se uno dei suoi abituali informatori non gli desse un nome che
nell’ambiente della criminalità viene fatto legandolo ai furti: Polgar.
Confidatosi coi suoi colleghi di ufficio scopre che Polgar altri non è che il
nome del Mago Voltan, il quale aveva ipnotizzato Fitzgerald e Briggs la sera
della festa. Tutto diviene, finalmente, chiaro: Voltan Polgar, l’ipnotista, ha
fatto in modo che C.W. e Betty Ann compissero i furti per lui, telefonando
prima all’uno e poi all’altra e ripetendo le parole d’ordine che li ponevano
sotto il suo controllo mentale. C. W., con l’aiuto di un altro impiegato
esperto di ipnosi che cancella nella mente di Briggs il potere della parola
chiave, si precipita sulle tracce della sua collega Fitzgerald; una volta
trovatala la salva, con un atto di coraggio, dalla minaccia dell’illusionista e
malfattore Polgar.
Tutto si conclude, pare, nel migliore dei modi: C.W. è
totalmente scagionato, tanto quanto Betty Ann, ma il vecchio detective non se
la sente più di rimanere nella agenzia nella quale lavora da anni. Nel
frattempo Fitzgerald pianifica il matrimonio con il suo capo, Magruder; questo
matrimonio, però, non viene visto con molto entusiasmo da C.W. il quale cerca
di convincere la donna a non partire, confessandole il suo amore. Ogni
tentativo appare inutile e Betty Ann si dimostra irremovibile, costringendo
così Briggs a pronunciare la parola che Polgar usava per far scattare in lei lo
stato ipnotico. La donna si abbandona, così, al suo richiamo e lo segue senza
indugi. La sorpresa finale sta nel fatto che non è stato solo C.W. ad essere
“disinnescato” dal collega dell’ufficio, ma anche Fizgerald la quale,
evidentemente, aspettava solo un segno da Briggs per andare via con lui.
Lo “scorpione di giada” che viene nominato nel titolo
è il principio del comando mentale che il mago Voltan Polgar adopera per
ridurre le sue vittime sotto il suo controllo.
Ho detto all’inizio di come questo film riesca ad
avvincermi: sembra un film di altri tempi, e a dire il vero lo è, a tutti gli
effetti: Allen è stato fin troppo bravo a ricostruire il clima crepuscolare di
quell’epoca magica per il cinema statunitense: lo ha fatto con i costumi, le
luci, la fotografia e il trattamento particolare della sceneggiatura fatto con
uno stile che sarebbe piaciuto a John Huston, Howard Hawks o Norman Z. McLeod.
Soprattutto lo ha fatto con la colonna sonora, la quale è composta da vera
musica jazz d’autore: oltre alla già citata Sophisticated
Lady si possono ascoltare, infatti, dei veri capisaldi del jazz quali Two Sleepy People, Tuxedo Junction, How High The Moon, In a Persian Market, Flatbush
Flanagan e Sunrise Serenade.
Non ho nominato a caso il regista Norman Z. McLeod, in
quanto è colui che ha diretto il film Road
to Rio (Avventura in Brasile),
interpretato da Bob Hope e Bing Crosby e nel quale si parlava di persone
ipnotizzate e costrette a fare cose contro la loro volontà. Il nome di Bob Hope,
però, ritorna anche in un altro caso: il film Lo Scorpione d’oro (My
Favourite Blonde) contiene infatti, nella sua trama, uno specifico
riferimento al titolo del film di Allen. In altre parole La maledizione dello Scorpione di giada sembra essere un vero e
proprio omaggio, perfettamente riuscito, a Bob Hope, Humphrey Bogart ed a tutto
il cinema degli anni trenta e quaranta.
Che volete che vi dica: ad una certa età si comincia a
guardarsi indietro con nostalgia. Tutte quelle storie che hanno popolato la
nostra infanzia e la nostra giovinezza ci restano attaccate, inspiegabilmente,
proprio come una induzione ipnotica: basta poco per farcele tornare alla mente; un volto, una parola, una musica particolare sono sufficienti per ricreare un certo
incanto. E Woody Allen è stato davvero diabolico a ricostruire certe alchimie.
Davvero un esperto in gran furbate.
La maledizione dello scorpione di giada - Trailer ufficiale







