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domenica 19 maggio 2019

“Pianeta proibito”, un film di fantascienza di culto con risvolti poco noti



Non è un caso che, in un sito che ha come tema Cinema e Letteratura, si dedichi un post a “Pianeta proibito”: questo film, infatti, oltre ad essere un sci-fi di culto, è anche uno dei più notevoli esempi di sceneggiatura tratta da Letteratura di autore (e che autore!) e più precisamente di Teatro.
Nella finzione cinematografica, situata, temporalmente, molti anni dopo il 2200, si immagina che una astronave, la C57D, viaggi oltre la velocità della luce per indagare sullo stato di una missione terrestre inviata, molti anni prima, su un pianeta di un altro sistema solare: Altair 4.
Una volta giunti su quel mondo lontano l’equipaggio della nave spaziale scopre che tutti i membri della missione, atterrati sul pianeta con l’astronave Bellerofonte, sono morti misteriosamente: tutti tranne uno, il dottor Morbius, interpretato da quel grande professionista e valente interprete che è Walter Pidgeon.
Morbius comunica al comandante Adams (Leslie Nielsen) che i componenti della missione di studio sono stati uccisi, uno ad uno, da una forza misteriosa, che colpiva le persone nel corso della notte: solo lui, Morbius, e la sua defunta moglie sopravvissero a quella inspiegabile strage.
Il comandante Adams ed i suoi uomini, per andare a fondo di questa vicenda, decidono di rimanere su Altair 4; per questo non prendono in considerazione gli avvertimenti del dottor Morbius, il quale paventa per il personale di bordo dell’astronave C57D la stessa sorte degli uomini che componevano il Bellerofonte.
Durante il loro soggiorno imprevisto i militari hanno la piacevole sorpresa di conoscere Altaira, la bellissima e giovanissima figlia di Morbius, ed il robot tuttofare costruito dal dottore, Robby.
Robby, insieme con altri congegni e ritrovati ideati e realizzati dal dottore, è frutto del suo studio, attento e approfondito, sulla antica civiltà che, millenni prima, abitava quel pianeta: i Krell.
I Krell erano divenuti una popolazione altamente sviluppata ed avevano messo in opera una centrale di energia illimitata, di cui il dottore si serve; insieme con questa i Krell avevano anche pianificato l’esecuzione di un sistema per ottenere la materia dal semplice pensiero: per dimostrare al comandante ed ai suoi uomini come questa opera dovesse funzionare il dottor Morbius mostra loro una apparecchiatura che rende possibile la visualizzazione, in 3D, di una immagine prodotta dalla mente.
Il punto è che nessuno oltre il dottore può riuscire a gestire la “macchina del pensiero”, perché lui solo possiede le capacità cerebrali che possono accomunarlo ai Krell: se qualcun altro tentasse di far funzionare quello strumento lo shock lo ucciderebbe.
Morbius fa un’ultima rivelazione ai membri dell’astronave C57D: il popolo Krell fu distrutto dalla stessa belva, vorace e sanguinaria, che ha sterminato quelli del Bellerofonte, poiché così è scritto nelle cronache da lui trovate negli archivi Krell.
Disgraziatamente ciò che era stato vaticinato dal dottor Morbius si verifica con una prima atroce morte, e il comandante Adams è costretto ad ammettere che una creatura, invisibile e fortissima, ha deciso di annullare lui e il suo equipaggio. Deciso a combattere questa “bestia” egli fa piazzare, tutto intorno all’astronave, una serie di congegni elettronici di difesa, unitamente ad armi atomiche potentissime. La creatura invisibile, di notte, attacca gli astronauti e, alla luce dei laser e del fuoco delle armi essa si rivela per quello che è: un mostro enorme, dall’aspetto spaventoso e dotato di una forza sovrumana ed infinita.
In seguito a questo tragico accadimento, che è costato altre vite umane, il comandante Adams si reca da Morbius, perché è convinto che lui possa dar loro delle spiegazioni in proposito.
Una volta da Morbius il dottor Ostrow, il medico dell’equipaggio, sottraendosi al controllo del capitano Adams, si reca nella sala in cui si trova l’apparecchio che crea le immagini 3D col pensiero e si sottopone allo shock: questo sacrificio lo porterà alla morte ma, mentre giace moribondo assistito dal comandante e da Altaira, egli fa in tempo a riferire che i Krell, con la loro intelligenza, non avevano tenuto conto dei “mostri dell’ID”.
Morbius spiega che ID è un antico termine terrestre, presente nei trattati di psichiatria e psicologia di Sigmund Freud, e che sta a indicare il subcosciente.
Il comandante, allora, comprende tutto: i Krell avevano già acquisito la capacità di rendere materia il loro pensiero, grazie alla macchina 3D e, durante il sonno, le loro pulsioni malvage ed ancestrali avevano trovato libero sfogo, creando i “mostri dell’ID”, i mostri del subcosciente: questi mostri, che poi erano i Krell stessi, traevano energia infinita dalla loro centrale, ed avevano causato la fine della loro civiltà, uccidendo tutti gli abitanti.
Ora vi è un solo superstite della civiltà Krell sul pianeta, ed è proprio il dottor Morbius, che ne ha ereditato tutto il sapere e la potenza: quella spietata e brutale creatura, che ha annientato tutto il personale del Bellerofonte e che ora ha ucciso anche gli uomini dell’astronave C57D, è lui, perché è frutto della sua mente.
In principio Morbius si era liberato degli altri componenti della missione per restare sul pianeta e studiarlo, tutto da solo: ora l’impulso che lo spinge ad uccidere è la gelosia che nutre per sua figlia Altaira, che si sente attratta dal comandante Adams.
Infine, nonostante tutto, è l’amore paterno ad avere la meglio sull’odio e Morbius si pone fra sua figlia e l’essere da lui creato, rinnegandolo e immolandosi.
Prima di morire lo scienziato chiede di programmare l’autodistruzione del pianeta: Adams e Altaira, con l’equipaggio della C57D, vedranno sul monitor dell’astronave, a migliaia di miglia di distanza, l’esplosione e la fine del pianeta proibito.
“Pianeta proibito” è un film di fantascienza che divenne, già al momento della sua uscita sugli schermi, il 3 marzo del 1956, un successo di pubblico e di critica: vinse molti riconoscimenti e fu considerato un lavoro di ottima fattura cinematografica. La regia era di Fred Wilcox e fra gli attori, oltre ai già citati Walter Pidgeon e Leslie Nielesen, vi erano anche Anne Francis (Altaira) e Warren Stevens (il dottor Ostrow).
Ma “Pianeta proibito” non è solo questo.
Alle origini della sua sceneggiatura c’è nientemeno che l’opera teatrale “La Tempesta” di William Shakespeare.
“La Tempesta” inizia con un naufragio su di un’isola disabitata, provocato da colui che è il solo Signore e padrone di quelle terre: Prospero.
I naufraghi sono alla sua mercé, poiché egli ha antichi rancori verso di loro di cui vendicarsi.
Per portare avanti la sua vendetta Prospero si serve della sua conoscenza, della sua magia e di vari spiriti, antichi abitatori dell’isola. I più importanti sono Ariel, uno spirito dell’aria, ed il ripugnante ed efferato Calibano, esecutore dei più esecrabili delitti per conto del suo padrone, Prospero.

Tuttavia Miranda, figlia di Prospero, si innamora di uno dei naufraghi, Ferdinando, figlio del re di Napoli e nemico di Prospero. Solo dopo varie vicissitudini, che ricordano tanto l’amore contrastato di Romeo e Giulietta, i due ragazzi potranno unirsi, sotto lo sguardo benevolo di Prospero.

Come si vede Morbius non è altri che Prospero, mentre Altair 4 è l’isola deserta su cui egli vive. Altaira è Miranda, laddove Ariel, nel bene e nel male, viene raffigurato con Robby. Infine Ferdinando si può riconoscere nel comandante Adams, mentre la malvagia e orripilante creatura, Calibano, è il mostro dell’ID, nato dalla mente di Morbius.
Tutto è stato fatto rispettando un antico adagio, che da sempre si ripete fra gli scrittori e gli sceneggiatori di tutto il mondo: “Se devi ispirarti a qualcuno per ciò che scrivi, scegli solo i migliori”: non credo vi potesse essere una fonte di ispirazione migliore di William Shakespeare.
Una nota di merito va a Joshua Meador, creatore degli effetti speciali per il film ed animatore preso in prestito dalla Walt Disney Pictures: a Meador ed alla sua bravura si deve la scena, bella e terribile, della visione del mostro invisibile, resa tale solo dai raggi e dalle fiamme: una immagine che è rimasta negli annali della storia del Cinema.
Un altro dettaglio importante la musica elettronica e futuristica di Bebe e Louis Barron, fatta di suoni mai sentiti prima di allora e prodotti con apparecchiature particolari e ultramoderne, per l’epoca.
A “Pianeta proibito” si sono ispirati, a loro volta, per i costumi, per l’ambientazione, per il sonoro ed il resto molti altri film di fantascienza che sono venuti dopo, fra i quali la celebre serie TV “Star Trek”.
“Pianeta proibito” si vede e si rivede sempre con piacere: per la bravura degli interpreti, per la scenografia, per l’ambientazione e per la sua atmosfera, ma soprattutto per le sensazioni profonde, e che fanno capo all’istinto, che riesce a suscitare. Non vorrei esagerare, ma per me “Pianeta proibito” resta il simbolo della fantascienza, la sua rappresentazione più paradigmatica, ogni volta che si pensa a questo genere.



CLIP: IL MOSTRO DELL’ID ATTACCA L’EQUIPAGGIO







sabato 18 maggio 2019

“The Imitation Game”: la vita dolorosa di un genio



Nessuno è profeta in patria. Molto spesso, anzi, le persone che più si distinguono per la loro bravura, per le loro capacità sono quelle che meno ricevono dal loro paese. Ed a volte, verso di loro, ci si comporta discriminandoli, dispensando loro solo disprezzo ed offese.
È questo il caso di Alan Turing, scienziato e matematico inglese, nato a Londra nel 1912, ed a cui è stato dedicato un magnifico, indimenticabile film: “The Imitation Game”.
Il fatto di cui si parla ebbe luogo durante la seconda guerra mondiale, quando i tedeschi sembravano avere in mano le tecnologie più avanzate per vincere la guerra: erano armi segrete come gli U2 o ritrovati tecnologici come la macchina, denominata ENIGMA, in grado di produrre messaggi cifrati e, potenzialmente, di decifrarne altri.
Per consentire al servizio segreto inglese di superare questo apparentemente insormontabile impasse bellico vennero convocati i migliori decrittatori, matematici ed esperti del settore: fra questi spiccava il talento brillante di Alan Turing, che già si era fatto notare per studi specifici nel campo e per molte pubblicazioni di successo.
Il film delinea la personalità tormentata e solitaria di Turing, facendo uso anche di molti flashback risalenti al periodo della sua adolescenza, quando le sue problematiche umane si mostravano già in maniera dolorosa.
Turing ha, infatti, una personalità geniale, insolita ed estrosa, che lo rende inviso ai colleghi e ai superiori con cui collabora al progetto, voluto dal governo inglese.
Nonostante questo Turing riesce a portare a termine un congegno per decrittare i messaggi prodotti dall’apparecchio tedesco ENIGMA; questo dispositivo, nato per combattere le potenze dell’Asse con i loro stessi metodi, viene denominato da Turing “Cristopher”, in ricordo di un suo amico di infanzia. Questo è un particolare che non corrisponde alla realtà, perché il meccanismo, quello vero, fu denominato da Turing “Victory” o, più confidenzialmente, “Bomba”.
Molti sono gli ostacoli che Turing è costretto ad affrontare sulla sua strada: la malevolenza degli alti ufficiali inglesi, che vorrebbero toglierlo di mezzo, e l’avversione dei colleghi, che lo ritengono solo un presuntuoso con molte manie. Lo scienziato dovrà scontrarsi con delle accuse ingiuste: accuse di incapacità, di inettitudine, di fallimento nel suo lavoro. Lo minacceranno di privarlo dei fondi e lo sospetteranno perfino di essere una spia al soldo dell’Unione Sovietica.
Turing dimostrerà, alla fine, la correttezza delle sue ricerche, ottenendo i risultati sperati e riuscendo a scoprire la chiave per la decodificazione dei messaggi cifrati tedeschi, salvando, così, milioni di vite umane.
Per sfortuna la sorte ostile riuscirà ad accanirsi fino all’ultimo contro Turing ed egli, nel 1952, subirà un arresto con l’accusa di omosessualità, che allora era un reato grave in Inghilterra: egli accetterà di sottoporsi alla castrazione chimica, che gli porterà dei gravi problemi di salute. Turing non riesce a sopportare tutto questo e muore suicida il 7 giugno del 1954, a Manchester.
Solo dopo molti anni, dopo che da questi eventi sarà tolto il segreto di stato, tutti verranno a conoscenza della grande impresa di Turing, il cui nome sarà riabilitato postumo.
Nel film, oltre al nome di fantasia del congegno di Turing, viene introdotto un personaggio che non ha nulla a che vedere con le vicende storiche: è quello di una ragazza, Joan Clarke, interpretata davvero bene da Keira Knightley, e che pare essere l’aiuto preferito, per capacità e sensibilità, da Turing: una ragazza che sarà con lui fino all’ultimo, spinta da un amore sincero e puro.
Si, il paese in cui si nasce è, molte volte, ingrato ed ottuso di fronte al genio, e lo pone in disparte, lo umilia e lo denigra, salvo poi ad accorgersi di chi era dopo la sua morte, dedicandogli onori di cui non potrà più gioire.
Alan Turing fu il primo ad inventare e programmare una attrezzatura “pensante”, in grado di elaborare dei dati, di classificarli e di produrre delle informazioni utili: egli fu un pioniere di quella che oggi chiamiamo informatica. Se oggi vi sono computer in ogni casa ed in ogni ufficio lo dobbiamo a persone straordinarie come Alan Turing, che nella loro vita furono trattati come degli sciocchi ed inutili visionari.
Il film, in definitiva, a parte alcune licenze poetiche, che al cinema sono comprensibili, rimane, tutto sommato, fedele al carattere così pieno di angosce e sofferenza di Turing: questo soprattutto grazie alla superba interpretazione di Benedict Cumberbatch (lo Sherlock Holmes della famosa serie televisiva). Cumberbatch riesce a cogliere le sfumature amare e dolenti dell’anima di Turing ed a renderle con raffinatezza e maestria.
L’odio per il diverso è lungi dall’essere vinto: troppi sono, di questi tempi, gli episodi di discriminazione, di tutti i tipi, ideologici, etnici, di genere e caratteriali.
Vorrei che film come questo facessero riflettere: perché non si deve giudicare mai una persona dall’impressione che suscita o dalla sua apparenza, ma dalle sue doti interiori. E sempre, chi disprezza gli altri, ha molto da imparare da questi ultimi.



Trailer ufficiale di "The Imitation Game"


https://www.youtube.com/watch?v=i0JY79_Kiww





martedì 14 maggio 2019

Doris Day, una ex ballerina che divenne cantante ed attrice




Ho saputo della sua morte per caso, guardando la televisione che trasmetteva due suoi film contemporaneamente. Doris Day se ne è andata, e con lei scompare un’altra importante icona della gloriosa Hollywood del passato.
Doris Day nasce a Cincinnati, negli Stati Uniti, il 3 aprile del 1922: il suo vero nome è Doris Mary Ann Kappelhoff. Ella è figlia del famoso pianista e organista di origine tedesca William Joseph Kappelhoff e di Alma Sophie Kappelhoff.
Già da bambina Doris dimostra un grande talento artistico, anche se, all’inizio, pare che la sua carriera si debba concentrare solo sulla danza. A solo 12 anni Doris firma il suo primo contratto come ballerina.  Disgraziatamente, nel 1937, un incidente d’auto mette fine ad una professione per lei appena iniziata nel mondo del ballo.
Dopo il brutto incidente Doris torna a Cincinnati dove, con l'aiuto di suo padre, inizia, stavolta, a curare le sue attitudini canore. Doris comincia dapprima a cantare in una stazione radio locale e in seguito si unisce all'Orchestra Dixieland di Barney Rapp, dove rivela tutte le sue doti da interprete. È in questo periodo che assume il nome d’arte di Doris Day, prendendo spunto da una canzone che amava cantare sempre, Day by Day.
Alla fine degli anni '40, mentre si esibisce in un piccolo locale di New York, il regista Michael Curtiz, che si trova fra il pubblico, nota la giovane Doris e, trovando molto bella la sua voce, le offre un ruolo nel suo film "Romance on the High Seas" (1947).
Dopo quel film, che è molto apprezzato dal pubblico, la sua casa di produzione, la Warner, offre a Doris Day un contratto di 5 anni; il contratto, però, viene interrotto nel 1955, quando ella rinuncia al suo impegno con la Warner per passare alla Metro-Goldwyn-Mayer.
Nel frattempo, però, ha già realizzato film di successo come "My Dream Is Yours" (1949), " It's a Great Feeling", diretto da David Butler, e " Young Man with a Horn", sempre con Michael Curtiz.
È ancora col regista David Butler che gira altri film: "Tè per due" e “West Point Story". Nel 1951 partecipa a un terzo film intitolato "Storm Warning", ma questa volta sotto la direzione di Stuart Heisler.
Altri suoi film importanti restano  "Pillow Talk", “Calamity Jane”, “Love Me or Leave Me”, “The Man Who Knew Too Much”, “Teacher's Pet”, "The Tunnel of Love",  “Please Don't Eat the Daisies”, "Midnight Lace”, "Move Over, Darling".
Dopo aver fatto tantissimi film, serie televisive con grande riscontro di pubblico, un paio di album ed essere stata la tipica “ragazza della porta accanto” americana, Doris Day dà l’addio definitivo alle scene: lo fa nel 1986, dopo aver girato l’ultimo episodio della serie tv "Doris Day's Best Friends".
Anni dopo il suo ritiro dall’attività artistica Doris Day continua ancora a ricevere numerosi premi e riconoscimenti per la sua lunga carriera.
Nel 2011 torna, per l’ultima volta, a pubblicare un album, "My Heart".
Doris Day muore il 13 maggio 2019, nella sua casa in California.
Doris Day ha lavorato con attori celebri come Clark Gable, James Stewart, David Niven, Cary Grant, James Cagney; ha avuto registi altrettanto importanti come Michael Curtiz e Alfred Hitchcock. Alcuni suoi film come “The Man Who Knew Too Much” sono diventati delle icone nella storia del Cinema: “The Man Who Knew Too Much”, una pellicola dove lei intonava, in una scena drammatica, la celebre canzone “Que Sera Sera”.
“La ragazza della porta accanto” la avevano definita e la avevano proposta così, come un simbolo della donna semplice, della brava ragazza, della figlia, moglie e madre americana tutta stelle e strisce.
E certo, lei non ha fatto mai nulla per negare questo “vestito” che le avevano cucito addosso. Tuttavia ebbe una amicizia profonda, sincera, a cui fu fedele contro tutti i pregiudizi, per il suo collega Rock Hudson, che poi morì a causa dell’AIDS da lui contratto a motivo della sua omosessualità.
Suo figlio avrebbe dovuto essere presente nella villa di Roman Polanski e Sharon Tate il giorno in cui Charles Manson compì la sanguinosa strage di Bel Air: pare proprio che l’obiettivo principale dovesse essere proprio lui, il figlio della “ragazza della porta accanto”. Ma Doris Day convinse suo figlio a non andare a quella maledetta festa, e mi chiedo se non sia stato davvero un presentimento suggerito a Doris Day da qualche presagio interiore.

(Tutti i diritti delle immagini sono di proprietà dell’autore)



Doris Day canta "Que sera sera" nel film "The man who knew too much"





sabato 11 maggio 2019

“Arsenico e vecchi confetti”: apparentemente è solo un thriller


Programmazione notturna per un film che, per questo motivo, aveva la possibilità di essere visto solo da quei pochi nottambuli che potevano scegliere di prediligerlo, rispetto ad altri. E con questa pellicola, “Arsenico e vecchi confetti” (“Married Life”) è successo proprio questo: l’ho visto per caso e devo ammettere che l’ho trovato gradevole, sebbene chi lo ha visto con me ha avuto parole molto più lusinghiere.
Anni 40, Stati Uniti d’America. In principio una voce narrante, che poi è quella di uno dei protagonisti, ci presenta Harry Hallen, un uomo di mezza età sposato da anni, il cui matrimonio risulta saldo, in apparenza. La realtà, in effetti, è ben diversa poiché Harry ha una giovane amante e vorrebbe lasciare sua moglie per sposarla.
Harry confida tutto a Richard, il suo più caro amico, ossia colui che racconta e commenta la storia, e gli chiede il suo consiglio. Harry conosce allora Kay, il giovanissimo amore di Harry, e se ne innamora.
Harry, dopo averci pensato a lungo, decide di uccidere sua moglie, per non farla soffrire con un abbandono e un divorzio: per fare questo vuole servirsi di un veleno che mescolerà al digestivo che la moglie prende la sera.
Intanto Richard scopre che anche Pat, la moglie di Harry, ha una relazione con John O’Brien, un amico di famiglia; tuttavia egli cerca di dissuadere Pat dal lasciare il marito per John, poiché un loro divorzio ostacolerebbe la realizzazione del suo amore per Kay, che egli sta già corteggiando assiduamente.
Harry ha già approntato il suo piano omicida sostituendo con del veleno la pozione digestiva della moglie e si reca da Kay per comunicarle che presto potranno sposarsi; Kay, però, ha già deciso di lasciarlo perché, nel frattempo, si è innamorata di Richard: vedendoli insieme, il suo amico e la sua amante, Harry comprende che ha sbagliato tutto e corre a casa dalla moglie per impedirle di bere il veleno.
Una volta a casa Harry sostituisce la bottiglietta contenente la polvere mortale con quella del normale digestivo e si assicura, così, che la moglie sopravviva. Mentre è alla finestra, per un caso fortuito, Harry riesce a vedere John, l’amante di sua moglie, che si dilegua e capisce, con dolore, cosa deve fare: deve tacere e fare finta che nulla sia accaduto.
In ultimo vediamo una riunione fra amici: Richard ha sposato Kay, John ha sposato anche lui una ragazza ed è felice, e il matrimonio fra Harry e Pat sembra essere il migliore che possa esservi: agli occhi del mondo non si è mossa una foglia e tutto rientra nella normalità.
Il film è senza dubbio un thriller, tanto è vero che la trama fu già usata in uno degli episodi della serie di gialli televisivi di Alfred Hitchcock, ma non è solo un thriller.
Alla base di questa storia c’è un libro del 1953, “Five Roundabouts to Heaven”, di John Bingham: un romanzo ben scritto e ben studiato, con degli approfondimenti psicologici davvero ammirevoli. Il tono narrativo della pellicola, a dire il vero, è quello elegante, tipico della commedia, curato nei dettagli, quali i costumi, la scenografia e la fotografia.
La regia e gli attori sono impeccabili: Pierce Brosnan ricorda molto da vicino il personaggio di Walter Neff, impersonato da Fred MacMurray in “Double Indemnity”; gli altri interpreti sono Chris Cooper, Patricia Clarkson, Rachel McAdams e David Wenham, e tutti ricalcano fedelmente gli stilemi della recitazione anni 40, con misura e immedesimazione.


Qui trovate il link al film completo





giovedì 9 maggio 2019

“Insonnia d’amore”, un film sentimentale che riesce a non essere sdolcinato




Per principio detesto i film d’amore: li trovo mielosi, leziosi, noiosi: soprattutto si basano su una cosa che solo a pochi è dato conoscere nella vita: il vero amore. Certo, può capitare di incontrare la persona giusta e vivere una fiaba; tuttavia la maggior parte delle volte si incontrano solo delusioni e storie tutt’altro che da sogno.
Devo ammettere, però, che a volte, non sempre, molto raramente, vengono girati dei film che riescono a creare una atmosfera particolare intorno a ciò che raccontano. È questo il caso di “Insonnia d’amore” (Sleepless in Seattle), il film diretto da Nora Ephron nel 1993, con Tom Hanks e Meg Ryan.
La trama credo la conoscano un po’ tutti: un giovane vedovo, Sam, che vive con suo figlio Jonah, interviene, su insistenza del bambino, ad una trasmissione radiofonica, parlando in diretta di ciò che sente da quando sua moglie non c’è più e di quello che lei significava per lui. Le sue parole commuovono e fanno fantasticare tutte le donne in ascolto: una in particolare, Annie, decide di lasciare l’uomo con cui sta per sposarsi per incontrare Sam sulla terrazza dell’Empire State Building di New York. Nonostante il destino sembri porre molti ostacoli sulla loro strada i due, fortunatamente, si ritrovano: succede nella scena finale del film, sulla terrazza del famoso grattacielo, che era stato al centro di un’altra narrazione romantica, “Un amore splendido” (An affair to remember), film che ebbe due versioni, nel 1957 e nel 1994.
Il tono e i tempi del film sono tipici della cinematografia che ha caratterizzato gli anni 90: tutto si concentra sugli sguardi dei protagonisti, sui lunghi silenzi, su inquadrature suggestive: tutte cose che oggi sono pressoché inutilizzate.
La narrazione, nel caso specifico, viene scandita da dialoghi che rivelano profondamente i sentimenti degli interpreti e dal filo conduttore di un film del passato, “Un amore splendido” appunto, che si rivela essere la nota risolutiva della vicenda.
Ho visto “Insonnia d’amore” per intero, la prima volta e giurai a me stesso di non rivederlo più: nonostante questo, ogni volta che viene trasmesso, non riesco a resistere alla tentazione di vedere almeno due delle parti più importanti che lo contraddistinguono: la lunga e struggente telefonata di Sam in diretta radiofonica e l’incontro di Annie e Sam sulla terrazza dell’Empire State Building. Tom Hanks e Meg Ryan riescono a creare l’alchimia giusta per lo spettatore: stessa alchimia che fu riproposta qualche anno dopo, nel 1998, per “C’è posta per te” (You’ve got mail), diretto sempre dalla Ephron con gli stessi due attori protagonisti.
Continuo ad avere la stessa opinione sui film sentimentali, davvero, ma mi concedo di guardare “Insonnia d’amore” senza eccessivi pentimenti, perché, fortunatamente, è un film davvero ben fatto e di classe.


La telefonata di Sam


https://www.youtube.com/watch?v=KTfNOkmU2OY



martedì 7 maggio 2019

Sergio Leone: un ricordo di vita legato ad ogni suo film





Vidi il suo primo film al cinema, l’unico luogo, magico e suggestivo, in cui a quel tempo si potesse vedere un buon film: nonostante i ritrovati moderni, la multimedialità, internet, i nuovi supporti ad alta definizione e tutto il resto, per me, per il ragazzo di allora, una sala di proiezione resterà sempre il solo posto al mondo in cui poter assaporare il vero cinema. Il film di Sergio Leone che vidi, in quella occasione, era “C’era una volta il West”: lo vidi due volte ed il ricordo di quell’evento rimarrà per sempre nella mia memoria, vivo ed emozionante, incancellabile.
Sergio Leone nasce a Roma il 3 gennaio 1929 ed è riconosciuto come il vero creatore del genere “spaghetti western”, la cui durata insiste fra la seconda metà degli anni sessanta e la prima metà degli anni settanta.
Leone inizia la sua carriera come assistente di altri celebri direttori cinematografici, anche statunitensi; egli esordisce, quindi, come regista nel 1961, ma è nel 1964 che fa il suo primo vero film importante: “Per un pugno di dollari”. Quello sarà il primo di una lunga serie di western violenti e un po’ brutali, ma girati con una particolare forza, che gli darà una grande popolarità, facendogli battere ogni record al botteghino. Questo primo film, fra l’altro, fa conoscere al mondo il talento di un attore statunitense che in quell’anno è ancora giovane e poco noto: Clint Eastwood. Ogni film di Leone è accompagnato, da allora in poi, dalle colonne sonore magistrali del grande compositore Ennio Morricone.
Seguono, negli anni, “Per qualche dollaro in più” (1965) e “Il buono, il brutto e il cattivo” (1966).
Grazie ad un budget consistente della Paramount, Leone riesce ad impiegare attori come Henry Fonda, Charles Bronson e Claudia Cardinale per realizzare “C'era una volta il West” (1968), un film dal respiro leggendario, che molti considerano il suo capolavoro.
Nel 1971 gira “Giù la testa”, interpretato da James Coburn e Rod Steiger, una storia che ha luogo sullo sfondo della rivoluzione messicana del 1910.
Nel 1984 Leone torna a dirigere, per portare a termine il suo progetto più ambizioso, “C’era una volta in America”, girato interamente negli Stati Uniti, con grandi nomi del cinema hollywoodiano.
Sergio Leone muore a Roma il 30 aprile 1989.
Leone trascorse l’infanzia e l’adolescenza nella sua città natale, Roma, e proprio a Trastevere: uno dei quartieri più popolari. Quell’ambiente di ragazzi dai modi sbrigativi, anche ruvidi, sarà di fondamentale importanza nella sua educazione: i protagonisti dei suoi western si rifaranno appunto a quei ragazzi, a quel loro modo di essere bruschi e diretti.
Ed esattamente come tutti i ragazzi di allora, come il giovane Nando Meliconi, immortalato da Alberto Sordi nel film “Un americano a Roma”, Sergio Leone sognava l’America, ed il suo mito erano i western di John Ford.
Per girare il suo primo film importante, “Per un pugno di dollari”, Leone si rifece alla trama ed alla sceneggiatura di una pellicola giapponese del 1961 diretta da Akira Kurosawa: “La sfida del samurai” (Yojimbo), riportandola al tempo e nei luoghi dell’epopea del grande Ovest, negli Stati Uniti. Disgraziatamente per Leone, Kurosawa vide il film ed inviò una lettera al regista romano, il cui tenore era questo: “Signor Leone: ho visto il suo film ‘Per un pugno di dollari’. È un bellissimo film, ma è il mio. Ci vediamo in tribunale per i diritti d’autore”. Ed il tribunale diede ragione a Kurosawa.
La genesi di “Per un pugno di dollari” non fu semplice: Clint Eastwood non avrebbe voluto interpretarlo e anche Sergio Leone non era convinto dell’attore. Eastwood, alla fine, lesse la sceneggiatura e ne rimase affascinato, per cui volò a Roma per conoscere il regista. Mentre Eastwood era da Leone, nel suo studio, prese, per passatempo, una delle pistole d’epoca di cui Leone faceva collezione e, l’indice infilato nell’anello del grilletto, la fece girare velocemente intorno al dito, anche in senso inverso. Leone lo fissò incantato: “Puoi rifarlo?”, chiese ad Eastwood. Ed Eastwood divenne, così, senza altri provini, lo straniero al centro di quel film di culto. Di lui, però, Leone diceva sempre, con ironia “Eastwood ha due espressioni: col cappello e senza cappello”
Le inquadrature da manuale di Leone e i suoi piani sequenza sono divenuti, nel tempo, le basi per tutti coloro che studiano Cinema nelle scuole. Di alcune egli stesso era fiero: la scena del duello di “Per un pugno di dollari”, quella della ricerca dell’oro di Eli Wallach ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, la lunga ripresa della fucilazione di “Giù la testa” e l’incontro finale fra Henry Fonda e Charles Bronson di “C’era una volta il West”.
L’universo cinematografico di Sergio Leone è popolato da una umanità disillusa, disincantata; lo sguardo di Leone su ciò che lo circonda è uno sguardo malinconico, su un mondo che ha perso i suoi valori, come narrato in “C’era una volta il West” o privo di speranza, come in “Giù la testa”. Quelli di Leone non sono eroi, ormai è risaputo, bensì antieroi: uomini, ma anche donne, alle prese con un tessuto sociale degradato e ostile che però riescono, nonostante tutto, qualora siano dalla parte giusta, a riscattarsi e redimersi.
Ai meriti personali di Sergio Leone, riconosciuti da tutti, si aggiunge anche quello della scelta delle musiche per i suoi film, ad opera delle indimenticabili note del maestro Ennio Morricone. Sergio Leone fece una bella dedica al suo amico Morricone, che poi fu riportata nell’LP della colonna sonora di “Giù la testa”, ed era questa: “T’ho visto dormì su li banchi della scuola, t’ho visto russà mentre stavi in moviola. Ma ste musiche belle, sti magnifici soni, ma quanno li componi?”
Amo tutti i film di Leone, ma uno di questi non allo stesso modo degli altri, lo confesso, ed è quello che, invece, molti reputano l’apice della sua storia filmica: “C’era una volta in America”. Non mi convince tanto perché per me Leone è solo il lontano Ovest, la polvere, i cavalli, le colt che cantano: “C’era una volta in America” parla, certo, di vite al di fuori della legge e delle regole, ma si fonda su uno scenario diverso e con dei toni dissimili da quelli del western.
Ho riservato l’ultima parte di questo mio breve omaggio ad un grande regista con il film che amo di più: “Giù la testa”. “Giù la testa” ha rappresentato tanto per me, in un certo periodo della mia vita, ed ancora oggi riservo a questo film un posto importante fra quelli che prediligo.
I due personaggi al centro della storia, Sean, l’irlandese ex patriota, e Juan, il ladruncolo messicano, si incontrano in un Messico in piena rivoluzione, e lì i loro destini si incrociano. Sono due uomini diversi l’uno dall’altro, come il giorno e la notte, eppure alla fine nasce fra loro una amicizia profonda, indissolubile: è tanto vero che gli occhi di Juan si perdono smarriti, nel vuoto, durante l’ultima scena del film, quando assiste, senza poter far nulla, al sacrificio estremo di Sean.
Trovo “Giù la testa” un affresco mirabile, uno spaccato di umanità profonda, una simbologia della vita di ognuno di noi, con le sue tante amarezze e le sue pochissime gioie.
A Sergio Leone si sono ispirati molti registi in tutto il mondo, soprattutto negli Stati Uniti, dove il suo nome è sinonimo di caposcuola, persona al quale tutti fanno riferimento per fare un certo tipo di Cinema, oggi. Sergio Leone ha lasciato un segno indelebile ed i suoi film saranno sempre, per ognuno di noi, legati a qualche istante particolare della nostra esistenza e sapranno rammentarcelo con nostalgia, con delicatezza ed affetto, con rimpianto.

Qui trovate i link ai primi tre film di Sergio Leone: nell'ordine


Per un pugno di dollari

Per qualche dollaro in più
Il buono, il brutto e il cattivo










 (Tutti i diritti delle immagini sono di proprietà dell’autore)


sabato 27 aprile 2019

“In guerra per amore”, una storia tenera e soave, ma anche malinconica e profonda




Ieri sera ho gustato davvero il film “In guerra per amore”, dell’attore e regista palermitano Pierfrancesco Diliberto, conosciuto col nome d’arte di Pif. L’ho trovato un film piacevole, divertente, anche se con una vena di amarezza, che contraddistingue da sempre l’autore come colore stilistico come anche per le tematiche che tratta.
Il fatto di cui si parla ha luogo nel 1943, e si dipana fra la Sicilia e gli Stati Uniti.
Arturo Giammarresi ama, ricambiato, Flora Guarneri, ma c’è un grosso problema: lui è un semplice cameriere siciliano immigrato, che presta servizio in un ristorante di New York, mentre lei è la nipote del proprietario, che l’ha promessa in moglie al figlio di un boss mafioso.
Per cercare di risolvere questa situazione, che appare senza speranza, Arturo prende una decisione che suona importante, quasi quanto impossibile da realizzare: tornerà in Sicilia ed andrà a Crisafulli, il paese dove si trova il padre di Flora, per chiedere la sua mano.
Questa sua iniziativa sembra destinata a fallire, se non che, per un puro caso, Arturo viene arruolato nell’esercito degli Stati Uniti per fare da tramite fra la popolazione locale ed i soldati statunitensi.
Giunto in Sicilia Arturo e l’ufficiale a cui lui viene affidato, il tenente Salvatore Catelli, si scontrano subito con la realtà paradossale di quei luoghi, difficile da spiegare a chi non ci è mai vissuto, e che perfino Arturo guarda con occhi diversi, data la sua bontà e la sua lunga permanenza in America.
Arturo non lo sa, ma il tenente Catelli è stato mandato come agente speciale dai Servizi Segreti americani per liberare tutti i mafiosi prigionieri, affinché aiutino lo sbarco degli alleati: questo piano è stato voluto proprio dall’alto comando USA che, per attuare la liberazione di tutta la nazione approdando sulle coste sicule, ha chiesto la collaborazione del boss detenuto Lucky Luciano.
Non appena il tenente Catelli si rende conto, però, della infamia di questa operazione si ribella e scrive una lettera al Presidente Roosevelt, informandolo dei loschi traffici dei mafiosi sull’isola, a cui lui non sente di dare il suo avallo.
Disgraziatamente il tenente Catelli viene ucciso proprio dai mandanti del boss locale che lo scambiano per Arturo, di cui la mafia di New York ha decretato la morte per non lasciargli sposare Flora.
Arturo, tuttavia, riesce a strappare il consenso al padre di Flora e a tornare in America, recando con sé la lettera del tenente Catelli diretta al Presidente Roosevelt, che lui vorrebbe consegnare di persona: egli, infatti, si sente, ora, in dovere di farlo per un senso di lealtà verso il tenente che stimava tanto e di cui ha, infine, capito le intenzioni, condividendole in pieno: potrà, però, solo consegnarla al posto di guardia, perché gli sarà proibito entrare. Arturo aspetterà invano che il Presidente lo riceva, con accanto la sua Flora, seduto fuori dai cancelli della Casa Bianca.
Pif si è davvero documentato in maniera approfondita per scrivere questo film, sia per i costumi, fedelissimi, che per l’ambientazione; inoltre la struttura della vicenda fa capo a veri documenti, redatti da ufficiali statunitensi di stanza in Sicilia, in quell’epoca: queste carte evidenziavano quanto grave fosse lo strapotere mafioso e quanto agli alleati spettasse non solo “liberare per portare la democrazia”, ma anche, e soprattutto, creare un nuovo ordine che non prevedesse “cosa nostra” a governare.
Come per il suo film precedente, “La mafia uccide solo d’estate”, e per la serie televisiva ad esso legata, i due protagonisti si chiamano Arturo Giammarresi e Flora Guarneri, come se tutto il racconto sia legato al precedente da un filo ideale e umano.
Ho già detto che ho gustato questo film per il suo tono narrativo, per la sua leggerezza, nonostante il serio argomento sviluppato; l’ho gustato per la qualità delle immagini e per la scelta degli interpreti, fra i quali ho apprezzato tantissimo la presenza del mio carissimo amico Craig Peritz, attore e regista proveniente dalla scuola del Living Theatre, che in questa vicenda ha un ruolo cameo, come ufficiale che esegue gli ordini diretti del Generale Patton e che spedisce Arturo a Crisafulli.
Qui trovate il link al trailer ufficiale del film.




(Tutti i diritti delle immagini sono di proprietà dell’autore)


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