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domenica 22 settembre 2019

Miss Marple ed Hercule Poirot: il fascino oscuro del delitto British



Ci sono due figure importanti, e che mi appassionano tanto, nella letteratura poliziesca inglese: sono figure celebri tanto quanto lo fu Sherlock Holmes, senza dubbio. I due detective di cui parlo sono Miss Marple ed Hercule Poirot, entrambi frutto della vena creativa di una delle maggiori scrittrici inglesi: Agatha Christie.
La mia conoscenza con Miss Marple e Poirot è cominciata in maniera giusta, a mio parere, ossia leggendo prima i libri e poi, dopo un po’ di tempo, guardandoli sullo schermo.
Il modo di scrivere di Agatha Christie è equivalente ad una clessidra: la scrittrice inglese fa scorrere gli indizi nella narrazione come la sabbia che cade nella clessidra: granello dopo granello, ma con un flusso continuo, vivace e mai lento. È questa la sua cifra stilistica.



Agatha Mary Clarissa Miller nacque a Torquay, nella Contea del Devonshire, Inghilterra, il 15 settembre 1890. I suoi genitori sognavano per lei una carriera nella musica, come pianista o cantante lirica, ma la ragazza rivelò una particolare predisposizione per la scrittura. Nel 1914 Agatha sposò il colonnello Archibald Christie, il cui cognome scelse di tenere come nom de plume per tutto il resto della sua carriera di narratrice.
Nel periodo in cui era infermiera volontaria per la Croce Rossa, durante la Prima Guerra Mondiale, Agatha Christie accettò una sfida di sua sorella: avrebbe dovuto scrivere una crime novel in cui il colpevole fosse impossibile da identificare fino alla fine. Nacque così il libro The Mysterious Affair of Styles.



Il detective, figura principale della storia, era un belga: Hercule Poirot, personaggio ispirato ai tanti politici belgi rifugiati in Inghilterra durante la guerra, e che Agatha aveva incontrato.





Hercule Poirot fu protagonista di molti altri libri, fra i quali Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express), Poirot sul Nilo (Death on the Nile), e divenne uno dei più celebri investigatori in letteratura.
Nel 1930 Agatha divorziò e si risposò con l’archeologo Max Mallowan; con il secondo marito viaggiò, in svariate occasioni, in Oriente: da questi viaggi trasse spunto per diversi libri di successo come il già citato Death on the Nile o come They Came to Baghdad.




Il secondo personaggio di rilievo della crime fiction da lei ideato fu Miss Jane Marple, una anziana signora gentile, disponibile, sensibile, dotata di notevole capacità di immedesimarsi negli altri e comprenderli. Miss Marple apparve per la prima volta nel libro The Murder at the Vicarage. Altri romanzi incentrati sulla sua figura di investigatrice furono Un delitto avrà luogo (A Murder is Announced), Assassinio allo specchio (The Mirror Crack'd from Side to Side).




Agatha Christie scrisse 66 romanzi polizieschi e 14 raccolte di racconti, più altri sei romanzi d'amore dati alle stampe con un diverso pseudonimo, che hanno venduto oltre due miliardi di copie. Questo grande successo la consacrò come la più grande scrittrice di detective stories di sempre. Ella morì il 12 gennaio 1976.




Margaret Rutherford è stata l’attrice che ha reso celebre al Cinema, negli anni sessanta, il personaggio della investigatrice dilettante Miss Marple; ciò nondimeno, nel Regno Unito e per il resto del mondo, ella è stata la meno fedele alla dolce Signora dagli occhi teneri che smascherava i colpevoli, immancabilmente. Diciamo la verità: i film di Margaret Rutherford si ispiravano soltanto a Miss Marple, ma erano, e rimangono, un’altra cosa. Nonostante questo, sarà forse per la loro aria tipicamente British o per il loro brio, non mi stanco mai di guardarli.
Più in generale esiste una magia innegabile nella Letteratura gialla inglese, quella classica, che risulta irripetibile: credo che gli inglesi siano maestri della vera suspense, dando agli statunitensi, invece, la Palma per i romanzi di azione, benché non manchino anche qui le debite, importanti, eccezioni.




Parlando di Miss Marple non si può non ricordare il suo contraltare maschile, Hercule Poirot. Le storie di Poirot sono state trasposte, quanto quelle di Miss Marple, sul grande e sul piccolo schermo: entrambi hanno avuto una loro storia, per certi versi anche simile, dal punto di vista dei rifacimenti cinematografici.
Fra le attrici che hanno portato al cinema ed in televisione il personaggio di Miss Marple, oltre alla già citata Margaret Rutherford, ve ne sono molte da ricordare: Angela Lansbury, che ai film polizieschi ha certo legato il suo nome, Helen Hayes ed infine le tre più note interpreti al pubblico televisivo, le più prolifiche: Joan Hickson, Geraldine McEwan e Julia McKenzie. Angela Lansbury, Helen Hayes, Joan Hickson, Geraldine McEwan e Julia McKenzie sono quelle che hanno dato vita con più fedeltà a Miss Marple.




Anche Hercule Poirot ha avuto innumerevoli volti e voci che lo hanno impersonato: Austin Trevor, Francis L. Sullivan e l’indimenticabile Albert Finney, che ci restituì una memorabile edizione di Murder on the Orient Express


Da un certo momento in poi, tuttavia, Poirot fu riproposto sempre da determinati attori: questi furono Peter Ustinov, al cinema, e il bravissimo David Suchet in televisione. Su David Suchet sento di dover spendere qualche parola di più, perché credo sia stato quello che, più di tutti, abbia colto l’essenza del personaggio, sia fisicamente che caratterialmente. Di recente c’è stata una edizione di Murder on the Orient Express nella quale il ruolo di Poirot era interpretato dal pluripremiato Kenneth Branagh.




Di Miss Marple amo la dolcezza, un senso di struggente umanità che anima le sue inchieste: credo che Miss Marple fosse realmente Agatha Christie, o meglio il suo doppio letterario. Miss Marple parlava ed agiva come avrebbe parlato ed agito la stessa Christie.
Hercule Poirot è un uomo pieno di abitudini rigide, di atteggiamenti, di tic: è meticoloso in tutto, ci tiene molto a vestire bene, all’apparenza, e per questo cura sempre in maniera maniacale il suo abbigliamento ed i suoi baffi. Per lui elaborare le informazioni vuol dire “far lavorare le celluline grige”, ed anche questo viene fatto secondo i suoi canoni. Il senso della giustizia di Poirot differisce, per la sua severità, da quello di Miss Marple, benché entrambi perseguano e raggiungano, infine, lo stesso scopo.
Consiglio di guardare, nella versione da voi preferita, Murder on the Orient Express, come narrazione paradigmatica del personaggio di Poirot. Per Miss Marple, invece, suggerisco, anche in questo caso scegliendo la vostra attrice preferita, The Mirror Crack'd from Side to Side.



POIROT

Sigla della serie televisiva



Trailer di Murder on The Orient Express




MISS MARPLE

Agatha Christie's Miss Marple Greenshaw's Folly






giovedì 12 settembre 2019

Stan & Ollie: un pezzo di vita di due attori dolcissimi e tanto amati dal pubblico




Uno dei miei lettori mi ha chiesto di fare un post su un film più recente. In effetti c’è un film abbastanza recente, che risale all’anno scorso, e che mi è piaciuto tanto. Voglio, quindi, dedicare questo post al mio lettore, sperando di fare una cosa gradita.

Stan & Ollie è una storia incentrata su un episodio rilevante della vita di quella che, a parere di chi scrive, è certo la coppia della commedia più celebre della storia del cinema: è senz’altro quella che, per prima, viene in mente quando si vuole citare un duo di attori comici. Si parla di Oliver Hardy (interpretato da John C. Reilly) e di Stan Laurel (interpretato da Steve Coogan): entrambi erano meglio noti in tutto il mondo con i nomi di Stan & Ollie






Stan Laurel nacque il 16 giugno 1890 a Ulverston, in Inghilterra ed il suo vero nome era Arthur Stanley Jefferson. Ebbe quattro fratelli, due dei quali morirono in circostanze drammatiche. I suoi genitori erano artisti itineranti, e lavoravano in un teatro che era di loro proprietà: Arthur, così, crebbe nell’ambiente dello spettacolo, ricevendo fin da piccolo tutti quegli stimoli che poi lo avrebbero formato nella sua carriera. Arthur fece il suo debutto in palcoscenico all’età di nove anni, sebbene suo padre avrebbe voluto che lui studiasse per divenire impresario.
Dopo anni di gavetta, acquisita la giusta esperienza, il giovane Arthur si sentì pronto per lavorare in una vera compagnia; si unì, così, alla celebre troupe viaggiante di Fred Karno, nella quale si trovava anche Charlie Chaplin: grazie a Fred Karno approdò negli Stati Uniti, e lì si stabilì.
La prima delle cinque mogli che ebbe nella sua vita fu la ballerina Mae Dahlberg, che conobbe durante uno dei suoi spettacoli: fu Mae a suggerirgli il nome di Stan Laurel, per presentarsi al pubblico, invece di Arthur Stanley Jefferson, e da quel giorno egli fu Stan Laurel, per sempre. Dopo aver divorziato da Mae, Stan sposò Lois Nelson che gli diede i suoi due figli; Lois e Stanley Robert: quest’ultimo, però, morì poco dopo la nascita e Stan non sopportò il dolore, dandosi all’alcool.
Cominciò presto a girare dei cortometraggi per il Cinema, spesso accanto al comico Larry Semon.
Il 13 novembre del 1922 interpreta il suo primo cortometraggio da protagonista nel film “Fango e Sabbia” (divertente parodia del film interpretato da Rodolfo Valentino “Sangue e Arena”): a questo seguirono ruoli sempre più importanti in 50 pellicole.







Oliver Norvell Hardy nacque il 18 gennaio 1892 negli Stati Uniti, a Harlem, in Georgia, il più giovane di cinque figli. Non gli piaceva molto studiare, ma in compenso si scoprì una vera passione per la musica ed il teatro. Per questo frequentò dei corsi di canto lirico: da bambino aveva una bella voce da soprano, ma sapeva che, anche se amava cantare ed era apprezzato, non poteva essere quello il suo obiettivo; per lo stesso motivo, quando andò al college, intraprese gli studi di giurisprudenza, secondo i desideri dei suoi genitori, ma era consapevole che non sarebbe mai stato un legale.
Oliver scoprì il cinema all'età di 18 anni, quando si aprì una sala di proiezione nella sua città: in quella sala egli lavorò come operatore, ma, in seguito, anche come responsabile. Guardando quelle immagini sul grande schermo, guardando quegli artisti recitare, egli avvertì il desiderio di divenire come loro e sentì, in cuor suo, di potercela fare. Si trasferì, allora, in Florida sperando di trovare qualche opportunità come attore. E così iniziò ad esibirsi nei club, di sera, inizialmente senza la speranza di un guadagno, mentre di giorno lavorava per mantenersi.
Il 1914 segnò il suo esordio cinematografico: Oliver, con il nome d’arte di Babe Hardy, girò, per gli Studios della Lubin il film “Outwitting Dad”. A questo primo cortometraggio ne seguirono circa cinquanta, tutti con un discreto successo.
Hardy capì che era il momento di partire per Hollywood e qui lavorò per molti Studios.








Oliver Hardy incontrò per la prima volta sul set Stan Laurel lavorando insieme a lui nel film “Il Cane Fortunato”, del 1921, ma ci vollero ancora molti anni prima che divenissero una vera e propria coppia comica.
Oliver Hardy entrò a far parte degli Studios Vitagraph: qui ebbe modo di conoscere altri attori importanti, fra i quali Larry Semon, che gli affidò il ruolo dell’uomo di latta nella riduzione cinematografica del libro “Il Mago di Oz”.
Nel 1926 il regista e produttore Hal Roach compare nelle vite di Stan ed Ollie: Roach incontrò sia Laurel che Hardy sul set del film “Get ‘em Young”, nel 1926, dove Oliver recitava e Stan dirigeva. Guardandoli ebbe l’idea di affiancare Stan, così smilzo e allampanato, al grasso e opulento Oliver Hardy: il loro primo film breve fu “Zuppa d’anatra”, del 1927, sebbene essi si presentassero coi nomi fittizi di Hives e Maltraves.
A “Zuppa d’anatra” fecero seguito un’altra decina di cortometraggi, tutti girati nello stesso anno.
Tuttavia, ufficialmente, il primo vero cortometraggio, secondo Stan e Leo McCarey, che venne realizzato dalla coppia Laurel e Hardy, fu “Metti i pantaloni a Philip”, nel 1927, ad opera di Hal Roach, in cui Stan interpretava un buffo scozzese in kilt che dava enormi grattacapi ad Oliver.
Nel frattempo il Cinema si evolveva e dal muto si passava al sonoro: anche Laurel e Hardy vissero quella metamorfosi ma le loro voci si dimostrarono all’altezza di quella novità, ed entrambi furono accolti bene dal pubblico.
Dopo un’altra ventina di corti arrivò per loro il primo lungometraggio, non ufficiale, “Hollywood che canta”, in cui la coppia apparve insieme ad altri interpreti del grande schermo di allora. Il loro primo vero lungometraggio, che arrivò dopo poco, è “Il canto del bandito”. Da quel momento in poi seguirono corti intervallati da qualche lungometraggio.
Fra i cortometraggi degni di nota è da ricordare “La scala musicale”, una pellicola che vinse molti premi e riconoscimenti.
Fra i lungometraggi ricordiamo “Muraglie”, “Il compagno B”, “Fra Diavolo”, “I figli del deserto”, “Nel paese delle meraviglie”, “Gli allegri eroi”, “La ragazza di Boemia”, “I fanciulli del west”, “Avventura a Vallechiara”, “I diavoli volanti”, “Noi siamo le colonne”, “C’era una volta un piccolo naviglio”.
Stan, nel corso degli anni, si cimentò anche nella sceneggiatura e nella regia, tornando sempre a recitare dal vivo accanto ad Oliver nei teatri di tutta la nazione, riscuotendo molto successo.
Il duo lasciò, nel 1940, gli studi di Hal Roach, a motivo di incomprensioni, e prese a lavorare per altri studios con i quali Stan si cimentò come produttore indipendente.
Tuttavia, in quegli anni, l’età d’oro dei film comici stava tramontando, e nuovi attori si affacciavano alla ribalta del grande schermo: per Laurel e Hardy diveniva sempre più difficile proporsi al pubblico.
Nel 1950 Stan contrasse un cancro alla prostata, ma riuscì a guarirne, grazie a cure appropriate
Nello stesso anno Laurel e Hardy realizzarono, molto faticosamente, a causa dei problemi di salute di entrambi, “Atollo K”, una co-produzione franco-italiana di Leo Joannon che non ebbe affatto il successo sperato.
Sei anni dopo Oliver fu colpito da un ictus che lo lasciò paralizzato, e questo scosse notevolmente Stan, suo partner ed amico di sempre. Hardy morì di attacco cardiaco il 7 agosto 1957, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Stan, il quale non poté neppure partecipare ai funerali per ordine del medico.
Nel 1965, all'età di 74 anni, Stan ebbe un infarto e morì quello stesso anno, il 23 febbraio, a Santa Monica, in California.
Alle sue esequie intervennero molti grandi attori di Hollywod, per dargli l’ultimo saluto.






Il film Stan & Ollie si riferisce a un trionfale tour di addio dei due comici che si svolse nei primi anni '50: era, quello, un periodo in cui le loro carriere e la loro popolarità attraversavano dei momenti di difficoltà. Essendo ormai lontani i giorni dorati dei loro film proiettati sul grande schermo, entrambi quasi del tutto misconosciuti dal grande pubblico, Laurel & Hardy decisero di intraprendere un tour che li avrebbe portati in Gran Bretagna ed in Irlanda. Il tour si sarebbe rivelato, alla fine, un vero successo per merito delle persone che li circondavano e per merito di loro stessi e della loro volontà: si dimostrò, certo, preziosa la presenza delle loro mogli, Lucille (impersonata da Shirley Henderson) e Ida (a cui dà il volto e lo spirito Nina Arianda); tuttavia un peso fondamentale lo ebbero il grande amore e la passione avuta da sempre per il loro lavoro: gli anni trascorsi insieme, dividendo sempre tutto, le gioie ed i dolori, fecero sì che i due attori riuscissero a superare una esperienza impegnativa e faticosa. Fu così che Stan & Ollie si assicurarono, ancora una volta, l’ammirazione e l’affetto del loro pubblico.


Questo film si distingue per la ottima regia di Jon S. Baird e soprattutto per i bravissimi attori che compongono il cast, sui quali spiccano per la bravura in cui si sono calati nella parte il duo composto da John C. Reilly e Steve Coogan e le interpreti delle loro mogli Shirley Henderson e Nina Arianda. 
La scenggiatura del film è basata sul libro "Laurel & Hardy - The British Tours", scritto da 'A.J' Marriot.



Inutile negarlo: tutti li abbiamo amati. Tutti abbiamo visto i loro film, replicati innumerevoli volte, sia sul grande che sul piccolo schermo. Tutti abbiamo legato i nostri ricordi di infanzia a Stan & Ollie.  Ci hanno saputo regalare momenti di buon umore e momenti di tenerezza: perché i grandi attori comici hanno la magia di saper tornare bambini e parlare anche agli adulti con semplicità, con schiettezza.
Li abbiamo amati per le loro trovate, per i loro siparietti così divertenti, per il loro modo buffo di esprimersi: sono stati amici di tutti, perché hanno saputo parlare al cuore.
Si volevano bene, Stan & Ollie, molto più di quanto la gente abbia mai potuto immaginare: se uno dei due stava male l’altro si incupiva subito, soffriva insieme a lui e faceva di tutto per stargli sempre accanto.
Furono molto amati e tenuti in grande considerazione anche da tutti gli altri attori che vennero dopo di loro. Jerry Lewis, ad esempio, ammirava così tanto Stan & Ollie (e non ne fece mai mistero) che ospitò in un piccolo ruolo, in uno dei suoi video fatti in casa, Stan Laurel, l’unico sopravvissuto della coppia quando Lewis era all’apice del successo.

(Tutti i disegni sono di proprietà dell’autore)



Stan & Ollie Trailer Ufficiale




Stan & Ollie - Ballo del West



https://www.youtube.com/watch?v=LAmb4dVJAmU



sabato 31 agosto 2019

La maledizione dello Scorpione di Giada: un film che sa incantarti con diabolica astuzia






Mi piacque da subito. Credo fosse per la musica che lo introduceva, che è poi la colonna sonora principale del film (l’indimenticabile Sophisticated Lady, eseguita dall’orchestra di Duke Ellington), ma anche per il luogo e l’epoca in cui la storia è ambientata: la suggestiva New York degli anni 40. Non si può nascondere, inoltre (come si potrebbe?), una passione profonda per quasi tutti i lavori del regista ed interprete di questo film: Woody Allen. Ho detto di quasi tutti i film di Woody Allen, perché alcuni, ancorché celebrati dalla critica, non mi hanno mai convinto.
Ma torniamo a quello di cui ci stiamo occupando: La maledizione dello scorpione di giada, a dire il vero, ne ha molti, troppi di motivi per affascinare lo spettatore. Atmosfera, trama, dialoghi: alla fine non sfugge perfino l’impressione che sia stato tutto costruito – dannatamente bene - con una formula un po’ ruffiana, riproponendo certi archetipi di un cinema del passato (Il falcone maltese, il grande sonno) a cui tutti siamo, in qualche maniera, legati.
La vita di C. W. Briggs si è sempre svolta seguendo una certa routine, senza eccessivi squilibri: egli è un abile e capace investigatore di una rinomata agenzia di assicurazioni, ed ha sempre portato a termine le sue indagini con successo. Tutto cambia quando la compagnia assume una nuova contabile, Betty Ann Fitzgerald. Miss Fitzgerald è brava ed efficiente, ma davvero pignola e tende molto a rinnovare le cose: per questo ella ritiene Briggs un residuo del passato, inutile e molesto; gli scontri fra i due raggiungono livelli esasperanti, perché Betty Ann vuol davvero mandare C.W. in pensione, in questa scelta appoggiata dal capo, Mr. Magruder, con cui intrattiene una relazione. Durante una festa in onore di uno degli impiegati Fitzgerald e Briggs vengono sottoposti ad un esperimento di ipnosi da un illusionista dal nome fantasioso di Voltan; Voltan li induce in uno stato di trance e, per la prima volta, fa nascere, artificiosamente, una storia d’amore fra i due avversari i quali, una volta risvegliati, non rammentano nulla. Un inspiegabile furto nella ricca villa dei Kensington comincia a mettere in dubbio le capacità investigative di C.W., dando così modo a Betty Ann di chiedere il suo licenziamento. Tuttavia Briggs, convinto che il furto sia stato pianificato da qualcuno che ha accesso ai dati dell’agenzia, punta i suoi sospetti proprio su Fitzgerald. Si nasconde, così, a casa sua e scopre la relazione che ella ha col capo, salvandola, in seguito, da un tentativo di suicidio. Ora l’uno sospetta dell’altra ma, in fondo, nessuno dei due ne è davvero convinto. Betty Ann restituisce il favore a C.W., penetrando di nascosto in casa sua e trovando, con sua gran sorpresa, la refurtiva che tutti cercano. Ella decide, così, di denunciarlo, assistendo, per di più, ad una strana telefonata che pare far piombare Briggs in uno stato di trance, come quello che c’era stato durante lo spettacolo dell’illusionista. 

Durante la notte viene commesso un secondo furto e C.W., accusato da Fizgerald, viene arrestato per entrambi i crimini; egli riesce ad evadere grazie all’aiuto di Laura Kensington, la scapestrata figlia del magnate che ha subito il furto dei gioielli e che ha un debole per lo sfortunato investigatore. Briggs, cercando il posto più insospettabile per nascondersi, decide che questo nascondiglio è proprio la casa di Betty Ann. Ella accetta di ospitarlo, ma con riserva, ed anche ella riceve una telefonata che la rende come un automa: Fitzgerald, sempre in stato catatonico, conferma a Briggs il suo amore, ma poi sparisce e, quella sera stessa, si verifica un terzo furto di cui lei, una volta riavutasi, dà la colpa a Briggs. 




C. W. è davvero in alto mare e non riuscirebbe a raccapezzarsi se uno dei suoi abituali informatori non gli desse un nome che nell’ambiente della criminalità viene fatto legandolo ai furti: Polgar. Confidatosi coi suoi colleghi di ufficio scopre che Polgar altri non è che il nome del Mago Voltan, il quale aveva ipnotizzato Fitzgerald e Briggs la sera della festa. Tutto diviene, finalmente, chiaro: Voltan Polgar, l’ipnotista, ha fatto in modo che C.W. e Betty Ann compissero i furti per lui, telefonando prima all’uno e poi all’altra e ripetendo le parole d’ordine che li ponevano sotto il suo controllo mentale. C. W., con l’aiuto di un altro impiegato esperto di ipnosi che cancella nella mente di Briggs il potere della parola chiave, si precipita sulle tracce della sua collega Fitzgerald; una volta trovatala la salva, con un atto di coraggio, dalla minaccia dell’illusionista e malfattore Polgar.
Tutto si conclude, pare, nel migliore dei modi: C.W. è totalmente scagionato, tanto quanto Betty Ann, ma il vecchio detective non se la sente più di rimanere nella agenzia nella quale lavora da anni. Nel frattempo Fitzgerald pianifica il matrimonio con il suo capo, Magruder; questo matrimonio, però, non viene visto con molto entusiasmo da C.W. il quale cerca di convincere la donna a non partire, confessandole il suo amore. Ogni tentativo appare inutile e Betty Ann si dimostra irremovibile, costringendo così Briggs a pronunciare la parola che Polgar usava per far scattare in lei lo stato ipnotico. La donna si abbandona, così, al suo richiamo e lo segue senza indugi. La sorpresa finale sta nel fatto che non è stato solo C.W. ad essere “disinnescato” dal collega dell’ufficio, ma anche Fizgerald la quale, evidentemente, aspettava solo un segno da Briggs per andare via con lui.
Lo “scorpione di giada” che viene nominato nel titolo è il principio del comando mentale che il mago Voltan Polgar adopera per ridurre le sue vittime sotto il suo controllo.



Ho detto all’inizio di come questo film riesca ad avvincermi: sembra un film di altri tempi, e a dire il vero lo è, a tutti gli effetti: Allen è stato fin troppo bravo a ricostruire il clima crepuscolare di quell’epoca magica per il cinema statunitense: lo ha fatto con i costumi, le luci, la fotografia e il trattamento particolare della sceneggiatura fatto con uno stile che sarebbe piaciuto a John Huston, Howard Hawks o Norman Z. McLeod. Soprattutto lo ha fatto con la colonna sonora, la quale è composta da vera musica jazz d’autore: oltre alla già citata Sophisticated Lady si possono ascoltare, infatti, dei veri capisaldi del jazz quali Two Sleepy People, Tuxedo Junction, How High The Moon, In a Persian Market, Flatbush Flanagan e Sunrise Serenade.


Non ho nominato a caso il regista Norman Z. McLeod, in quanto è colui che ha diretto il film Road to Rio (Avventura in Brasile), interpretato da Bob Hope e Bing Crosby e nel quale si parlava di persone ipnotizzate e costrette a fare cose contro la loro volontà. Il nome di Bob Hope, però, ritorna anche in un altro caso: il film Lo Scorpione d’oro (My Favourite Blonde) contiene infatti, nella sua trama, uno specifico riferimento al titolo del film di Allen. In altre parole La maledizione dello Scorpione di giada sembra essere un vero e proprio omaggio, perfettamente riuscito, a Bob Hope, Humphrey Bogart ed a tutto il cinema degli anni trenta e quaranta.
Che volete che vi dica: ad una certa età si comincia a guardarsi indietro con nostalgia. Tutte quelle storie che hanno popolato la nostra infanzia e la nostra giovinezza ci restano attaccate, inspiegabilmente, proprio come una induzione ipnotica: basta poco per farcele tornare alla mente; un volto, una parola, una musica particolare sono sufficienti per ricreare un certo incanto. E Woody Allen è stato davvero diabolico a ricostruire certe alchimie. Davvero un esperto in gran furbate.


La maledizione dello scorpione di giada - Trailer ufficiale





venerdì 16 agosto 2019

Peter Fonda: un cowboy che va sul suo cavallo verso l’orizzonte lontano



Mentre scrivo tutte le agenzie di stampa e tutti i telegiornali del mondo, anche in rete, stanno dando la stessa notizia: con Peter Fonda, scompare una delle ultime icone di quella che fu la controcultura degli anni sessanta. Una figura certo importante, se consideriamo anche la sua genealogia oltre al suo personaggio, inteso come spartiacque fra un certo tipo di cinema che ha contraddistinto un’epoca, e quello moderno, più essenziale e scarno.
Peter Fonda nacque il 23 febbraio 1939 a New York City. Proveniva da una famiglia di attori: suo padre era Henry Fonda, mentre sua madre era Frances Ford Seymour; era il fratello di Jane Fonda, ed il padre di Bridget e di Justin Fonda. Aveva una sorellastra, Frances de Villers Brokaw, nata dal primo matrimonio di sua madre, e che morì nel 2008.
La madre di Peter si suicidò in un ospedale psichiatrico quando Peter aveva solo dieci anni, tagliandosi la gola con un rasoio.
Mentre frequentava l'Università del Nebraska, a Omaha, Peter Fonda si unì alla Omaha Community Playhouse, dove molti attori (tra cui suo padre e Marlon Brando) avevano iniziato la loro carriera.
Si formò come attore teatrale per dedicarsi successivamente al grande schermo dove avrebbe dato voce e volto alla gioventù degli anni sessanta: quella generazione ‘on the road’ che era stata celebrata dallo scrittore Jack Kerouac, a metà fra la rivolta politica e il movimento hippy.




A consacrarlo come personificazione ideale di una età conflittuale fu Easy Rider, un film del 1969 da lui scritto e prodotto insieme con Dennis Hopper, fuori dagli schemi degli studios cinematografici del tempo: con questo film ottenne un grande successo di pubblico e di critica ed ebbe la nomination all’Oscar per la migliore sceneggiatura. Grazie ad Easy Rider Fonda divenne uno degli emblemi della cultura pop, insieme a Hopper e Jack Nicholson, che recitarono con lui.
In seguito interpretò altri film, che ebbero meno risonanza, in particolare western: The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) del 1971, di cui curò anche la regia; Idaho Transfer, 1975; Wanda Nevada, 1979.
Nel 1988 fu per un breve periodo di tempo in Italia, per girare una mini serie televisiva tratta dal romanzo Gli Indifferenti, di Alberto Moravia.
Nel 1997, Fonda prese parte al film Ulee’s Gold (L’oro di Ulisse), nel ruolo di un nonno vedovo, allevatore di api, che deve prendersi cura delle sue due nipoti, interpretate da Jessica Biel e Vanessa Zima: è un intenso dramma sui conflitti generazionali che gli valse un premio importante: il Golden Globe per il miglior attore drammatico.  Ricevette inoltre altri due premi, dalla New York Film Critcs Circle Award, e dalla Southeastern Film Critics Association Award, come miglior attore protagonista.
Nel 2007 tornò sul grande schermo interpretando il cacciatore di taglie Byron McElroy nella nuova versione di 3: 10 to Yuma (Quel treno per Yuma), dove lavorò al fianco di Christian Bale e Russell Crowe. Il film ricevette due nomination agli Oscar. Recitò anche in un ruolo cameo nelle scene finali della commedia Wild Hogs (Svalvolati on the road) e come inquietante Mefistofele nel film Ghost Rider.
Nel 2009, è apparso nel ruolo di The Roman, in The Boondock Saints II: All Saints Day, e anche nella serie Californication.
Quindi è apparso in American Bandits: Frank e Jesse James (2010); The Trouble with Bliss (2011); Smitty (2012); Harodim (2012); As Cool as I Am (2013); Copperhead (2013); The Ultimate Life (2013); The harvest (2013); HR (2014); House of Bodies (2014); Jesse James: Lawman (2015); The Runner (2015); The Ballad of Lefty Brown (2017); The Most Hated Woman in America (2017); Borderland (2017) e Boundaries (2018).
È stato produttore esecutivo del documentario The Big Fix (2012).
Oggi, 16 agosto 2019, è giunta, inaspettata, la notizia della sua scomparsa, avvenuta a Los Angeles.
È giusto ricordare Peter Fonda, nel campo del cinema, come portavoce ed alfiere di un certo malessere giovanile: un malessere che sfociava, spesso nella ribellione agli schemi ed alle convenzioni, portando i giovani a lasciare la propria casa per viaggiare sulla strada, come viene mostrato nel film Easy Rider.
Peter Fonda, Dennis Hopper e Jack Nicholson legheranno per sempre il loro nome ad Easy Rider, perché non fu solo un film, ma un manifesto, tanto quanto, anni prima, lo era stato Gioventù bruciata (Rebel Without a Cause), con James Dean.
Per quel che mi riguarda, tuttavia, vi è un film di Peter Fonda al quale sono molto legato: questo film è The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings).
In quegli anni, gli anni 70, ero immerso in un certo tipo di cultura statunitense: quella della musica country e di un certo modo di vedere le cose tipico di una società che voleva riscoprire i valori individuali, a scapito di quelli collettivi tenuti, fino ad allora, in gran conto. Era un bisogno di introspezione, anche di solitudine se vogliamo, che io ritrovai pienamente nel film diretto ed interpretato da Fonda.
Lo ricorderò così, Peter Fonda – Harry Collings: la sua nera silhouette a cavallo che si staglia sulla collina, mentre un sole caldo tramonta all’orizzonte.




(I disegni sono di proprietà dell'autore)



The Hired Hand (Il ritorno di Harry Collings) - Film completo



https://www.youtube.com/watch?v=UCsCRNByc3g



sabato 8 giugno 2019

American Pastoral, prima egregia prova da regista per Ewan McGregor




Ho un giudizio positivo da esprimere sul film del 2016 American Pastoral: una stupenda caratterizzazione dell’attore scozzese Ewan McGregor, qui anche alla sua prima, impeccabile prova come regista.
In un arco di tempo che va dall’inizio della seconda guerra mondiale ai giorni nostri si succedono gli eventi e le scelte, umane e personali, che caratterizzano l’esistenza del brillante Seymour Levov, sullo sfondo della cittadina di Newark, che rappresenta la tipica provincia statunitense.

Seymour è il classico ragazzo di successo a stelle e strisce: uomo di punta della squadra di football locale, soprannominato "lo svedese", egli è l'idolo delle ragazze ed un esempio per i ragazzi, che lo ammirano. Ma la sua vita, che si preannuncia così luminosa, prende tutta un’altra piega.
Levov sposa Dawn Dwyer la quale è, come è facile immaginare, la più bella ragazza di Newark, che si è distinta in un concorso come reginetta di bellezza; molto presto Seymour prende le redini dell'azienda paterna e sceglie di vivere in una lussuosa fattoria in campagna.

L'unica figlia della coppia, Merry, cresce amata e coccolata da ambedue, ma questo non impedisce che ella soffra di balbuzie, come effetto, dice la terapeuta, della competizione con la madre e di un amore morboso per il padre.
Crescendo Merry sviluppa, sempre di più, una personalità problematica ed insofferente verso la vita borghese familiare: si è a metà degli anni sessanta e la giovane figlia di Seymour Levov si unisce al movimento di protesta giovanile.
In quel clima così critico una bomba fa saltare in aria l'ufficio postale di Newark, uccidendo l'impiegato che vi lavora, ed i sospetti degli investigatori si concentrano subito su Merry. La ragazza, allora, scompare, lasciando i genitori nel dolore e nella costernazione.

Seymour non si arrende e continua a cercarla per tutti gli anni che seguono, mentre la madre, dopo un iniziale crollo nervoso che la costringerà in una clinica per malattie nervose, riemerge con la voglia di cambiare volto e vita. Questo la trasformerà in una donna vana, che frequenta intellettuali snob e che cerca avventure extraconiugali.
Levov, differentemente da sua moglie, che ha cancellato per sempre sua figlia e l’amarezza, alla fine riesce a ritrovare Merry, e la ritrova proprio a Newark. La ritrova, certo, ma profondamente mutata, nello spirito e nel corpo. Merry gli confessa che è stata davvero lei a mettere quella bomba all'ufficio postale, e poi ne ha messe altre, causando altri morti: ora non vuol più rientrare in famiglia, conducendo una vita misera e desolata, ai margini della società, certamente per punirsi di ciò che ha commesso.
Lo svedese non smetterò mai di amarla e continuerà a rimanere fuori dall'edificio in cui vive sua figlia, pur mantenendo fede fino all'ultimo alla promessa di non rivederla più. Tutto questo fino al giorno della sua morte, quando Merry viene a porgere a suo padre, Seymour, l'ultimo saluto.


Una parabola triste e drammatica questa, tratta da un bestseller scritto nel 1997 da Philip Roth.
Dentro questa vicenda c'è tutto un pezzo di Storia statunitense, che viene analizzato tramite la singola storia di Seymour Levov.
È una trama in cui chiunque abbia provato le disillusioni della giovinezza può riconoscersi: ciò che la vita può promettere - in piccolo, come in grande - e che poi non può mantenere.
Molti non sanno fino in fondo quanto quelli che sono ricordati spesso come i favolosi anni sessanta abbiano significato anche traumi profondi, ferite che non si sono rimarginate: non c'era solo il pacifismo, ma anche tanta violenza - dall'una e dall'altra parte – che caratterizzava gli sconvolgimenti sociali di quei tempi.
I giovani hanno sempre, in ogni epoca, subito la fascinazione delle idee estreme: molto spesso, però, queste idee si rifacevano a testi letti male o male interpretati, a volte anche coscientemente, con la volontà di qualcuno di rendere tutto più fumoso e incomprensibile, per poter manipolare la realtà.
Ad Ewan McGregor va il merito di essere riuscito a dipingere con maestria questo complesso affresco esistenziale: è un affresco in cui tutti possiamo, forse, riconoscerci ed in cui tutti possiamo, alla fine, esprimere la nostra personale considerazione, derivata dal confronto fra le vicende di Seymour e quelle che ci riguardano.
Il mondo sa illudere, sa dare e sa togliere, sa elargire qualche gioia illusoria e dei duraturi dispiaceri: si crede di decidere facendo il bene, o quello che è meglio, e si scopre, solo quando è troppo tardi, che si sono preferite, nostro malgrado, le opzioni sbagliate.
La parabola infelice di Seymour Levov è quella che può contraddistinguere chiunque riesca a provare impulsi, emozioni, affetti; è la realtà di chiunque riesca ad amare e a soffrire, facendosi coinvolgere dai propri sentimenti, fino in fondo, a qualunque prezzo.


Link al Trailer Ufficiale in Italiano del film



https://www.youtube.com/watch?v=ytH4GWtIT_Q





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