Avevo deciso di guardare Aftermath, un film del 2017, come se fosse una sfida: volevo
vedere se, anche stavolta, Arnold Schwarzenegger si sarebbe cimentato nel
solito revenge movie, basato sul
protagonista che perde una o più persone a lui care e poi si rifà sui criminali
facendo un macello (come in Collateral
Damage).
In effetti tutto si annunciava come la solita minestra,
ma lo stesso aspetto dimesso e umile di Arnold nel film avrebbe dovuto farmi
capire, fin dall’inizio, che di ben altro si trattava.
L’architetto Roman
Melnyk (Schwarzenegger) aspetta con trepidazione l’arrivo della moglie e della
figlia: la figlia è incinta, e questo rende più carica di significato quell’attesa,
che lui ha vissuto preparando la casa con festoni e regali di benvenuto.
L’uomo si reca all’aeroporto per riabbracciarle, ma l’atmosfera
non è quella che si aspettava: egli viene convocato in una stanza appartata e,
a porte chiuse, gli viene comunicato che l’aereo su cui viaggiavano le due
donne ha avuto un terribile incidente che ha causato la distruzione del
velivolo e la morte, inevitabile, di tutti i passeggeri.
Il film si dipana su due piani paralleli: la vicenda
di Roman, che ha perso in una sola volta moglie, figlia e nipote, e la vicenda
di Jacob Bonanos, il controllore di volo che era responsabile di gestire tutte
le rotte la sera dell’incidente in aeroporto.
Qui si evidenziano subito i due impianti narrativi: il
dolore senza fine di Roman, misto a rabbia e ad impotenza e il dolore pieno di
sensi di colpa, di rimorso di Jacob, che non avrebbe certo voluto che quella
tragedia accadesse. Ed a dire il vero il film ci mostra come Jacob sia, in
realtà, un operatore scrupoloso, attento e professionale: l’incidente accade
davvero per una fatalità, certo per una distrazione di Jacob, ma tutto a motivo
di una serie ineluttabile di circostanze.
Roman decide di andare sul luogo della disgrazia,
mescolandosi al personale volontario incaricato di raccogliere i resti ed i
rottami dell’aereo: è lui a trovare una collana della figlia insieme con il suo corpo e quello della
moglie. Da quel momento passa la maggior parte del suo tempo al
cimitero, in compagnia delle donne da lui amate e che ha perso per sempre.
Jacob, invece, è caduto in una depressione senza via
di uscita: ormai è dipendente dagli psicofarmaci e tutta l’angoscia lo sta
divorando dal di dentro. Inoltre, a motivo del delitto che tutti gli imputano, egli
ha ricevuto molte minacce di morte. Per questo l’azienda decide di dargli una
nuova identità ed una nuova occupazione, in un'altra località.
Questo non impedisce a Roman, dopo qualche anno, di riuscire,
grazie ad un detective, a risalire alla nuova identità ed al luogo in cui si
trova Jacob.
Una sera Jacob riceve la visita della moglie e del figlio,
da cui vive separato.
Proprio quella sera Roman bussa alla porta di Jacob:
Roman vuole mostrare la foto della moglie e della figlia morte a Jacob, solo per
avere le sue scuse. Niente altro.
In quel momento si verificano due errori: Jacob
reagisce, alla richiesta di Roman, in maniera esagitata, intimando all’uomo di
andarsene, invece di cercare di capire le sue ragioni; dal canto suo Roman si
lascia sommergere dalla pena che sente dentro e dalla rabbia che lo acceca:
piangendo egli pugnala l’ex controllore di volo, uccidendolo, sotto gli occhi
della moglie e del figlio di Jacob.
Il finale, però, non è
proprio questo: vi saranno conseguenze a lungo termine per un tale gesto;
tuttavia questo ve lo lascerò scoprire guardando il film, sebbene non dovrebbe
essere difficile intuirlo.
Se Jacob avesse risposto rivelando la sua tortura
interiore, il supplizio a cui ha sottoposto se stesso per punirsi di quanto era
accaduto, tutto sarebbe cambiato: se avesse preso quella foto, se l’avesse
anche solo guardata, tutto sarebbe stato diverso. Se Roman si fosse lasciato
guidare dal cuore, e non dall’istinto, avrebbe concesso una possibilità a Jacob
e non l’avrebbe ucciso: le nostre scelte, dettate dalle emozioni del momento,
influenzano le nostre esistenze, nel bene e nel male.
Il film si rifà ad una
storia realmente accaduta, quella di Vitaly Konstantinovich Kaloyev, un architetto
russo i cui familiari perirono nel volo della Bashkirian Airlines numero 2937.
L’aereo era entrato in collisione col volo DHL 611, il 1º luglio del 2002. L’architetto
uccise, due anni dopo, il controllore di volo danese Peter Nielsen, che tutti
ritenevano colpevole per ciò che era avvenuto.
Notevole e umanamente
approfondita la sceneggiatura di Javier Gullòn (Enemy, Out of the Dark, Hierro) e la sapiente regia di Elliot
Lester.
Questo film ha saputo toccarmi le corde dell’anima ed
è stato una sorpresa, date le premesse: finalmente ho visto Arnold
Schwarzenegger interpretare un ruolo davvero
drammatico; ho visto Terminator
diventare un uomo, con tutte le sue debolezze, mentre l’attore si è trasformato
in un interprete. Credo di preferirlo così: con un fisico non più tanto
eclatante, sebbene notevole, con la barba lunga, con le sue rughe, anche con
una sua particolare tenerezza. E mi auguro di vedere altre prove così, in futuro,
nella sua carriera cinematografica.
Una curiosità: la traduzione di Aftermath, in inglese, si riferisce ai postumi di una tragedia,
mentre in Italia lo hanno accoppiato al termine Vendetta, forse per richiamare, appunto, i consueti film di
Schwarzy. Mezzucci da botteghino.
AFTERMATH Official Trailer
https://www.youtube.com/watch?v=ZN8toxhSn9Y
(Il copyright dei disegni appartiene all'autore del post)
































