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mercoledì 2 ottobre 2019

L’UOMO INVISIBILE, DI HERBERT GEORGE WELLS: IL SIMBOLO DELLA CREATIVITÀ CHE SI SCONTRA COL PREGIUDIZIO


Questa storia apparve, originariamente, a puntate, sul giornale Pearson’s Weekly, nel 1897. Essa divenne un romanzo quello stesso anno, al termine della pubblicazione in episodi.
Era nata dal genio creativo di Herbert George Wells, lo stesso autore de La macchina del tempo e La guerra dei mondi, ed anche uno dei miei scrittori preferiti.
Lessi il libro da adolescente, quando il malessere di vivere già cominciava a contraddistinguere la mia vita: lessi quelle righe con avidità, divorando quel volume, immedesimandomi nel protagonista.
È così che parlare de L’uomo invisibile, per me, equivale a parlare di un pezzo della mia vita, di me stesso.
Quando mi venne l’dea di dare vita a questo blog avrei voluto cominciare proprio parlando di lui, ma poi decisi di dedicare il primo post a The Shadow, che certo ha molto in comune con l’uomo invisibile.
Al principio della narrazione leggiamo la descrizione dell’arrivo di un misterioso sconosciuto nel villaggio di Iping, nel West Sussex. La sua comparsa provoca scompiglio nel piccolo paese, a motivo del suo strano aspetto: l’uomo, infatti, è imbacuccato dalla testa ai piedi e delle bende gli coprono il viso; indossa sempre cappello, guanti ed occhiali neri. La spiegazione che tutti si danno, ovviamente, è che l’uomo sia stato vittima di qualche incidente.


Ma i misteri non finiscono lì.
Dopo poco, alla locanda dove alloggia, arrivano delle casse contenenti attrezzature chimiche: ampolle, provette, alambicchi, bottiglie di varie forme e dimensioni e tanti libri. L’uomo, il cui nome è Griffin (non si saprà mai il suo nome di battesimo) è quindi uno scienziato.
Wells, nel suo romanzo, tende molto a ridicolizzare l’ignoranza arrogante e maldestra dei cittadini di Iping in confronto alla personalità profonda, sebbene travagliata, di Griffin, poiché risulta evidente una marcata ostilità dei paesani per lo studioso: quando lo stupido non capisce qualcosa la deride o la odia, ma il suo scopo è sempre distruggerla.
Ben presto questa tensione raggiungerà il suo acme e la guerra sarà apertamente dichiarata. Solo allora gli abitanti di Iping scopriranno chi è davvero colui che hanno di fronte: un uomo dall’ingegno formidabile che, grazie alla sua conoscenza delle leggi della chimica e della fisica, è riuscito a realizzare l’antico sogno di rendere un essere vivente invisibile.


Sotto quelle bende si cela il primo ed unico uomo invisibile che sia mai esistito; nonostante questo la sua scoperta non gli guadagnerà l’ammirazione e la stima dell’umanità, bensì disprezzo, astio ed infida malevolenza.
E benché, apparentemente, dal tessuto narrativo, emerga che Griffin debba essere visto come una figura sfuggente, poco empatica, oscura, tuttavia l’impressione che se ne ricava è diametralmente opposta: si finisce per riconoscere in Griffin solo un’anima in pena, un essere umano che soffre di un dolore immenso derivante dall’incomprensione del barbaro animo umano.
Mi auguro, a questo punto, che i miei lettori saranno invogliati a leggere il libro, per scoprire in maniera più approfondita la trama ed il suo finale.


Per chi volesse saltare a piè pari la lettura vi è, in alternativa, la visione di alcuni accettabili adattamenti cinematografici.
Il primo film importante che ha usato come sceneggiatura il libro di Wells è stato girato nel 1933. La regia era di James Whale, mentre il ruolo di Griffin fu affidato al bravissimo Claude Rains. Ne fu girato un sequel nel 1940 (The Invisible Man Returns) ed il ruolo di protagonista non fu più di Rains ma del mitico Vincent Price. Altri episodi, meno rilevanti, furono fatti ancora una volta nel 1940, poi nel 1942 ed infine nel 1944.


Tralascio di parlare di altri film più recenti che, in maniera più o meno accentuata, si rifacevano al libro originale di Wells, perché non li ritengo neppure degni di nota.
Avevo immaginato, mentre la leggevo, di veder realizzata quella storia in uno sceneggiato, fatto da professionisti inglesi, con attori inglesi, in maniera fedele al libro. Ebbene questa speranza ebbe a realizzarsi pienamente solo nel 1984, a cura della casa di produzione televisiva più famosa del Regno Unito, la BBC.

Per questo vi accludo i link a tutti gli episodi di questa fiction: sono in lingua inglese, ma credo che potranno essere apprezzati anche da chi non conosce la lingua di Shakespeare, per la bravura della messa in opera e per lo stile recitativo degli attori.
In controtendenza con i gusti moderni, ed avendo avuto già quando ero giovanissimo dei gusti che si scontravano con le mode di allora, credo in questo caso, di essere davvero uno dei pochi a soffermarmi su certi dettagli, oggi desueti e snobbati. Ma non mi importa.
Dichiaro il mio amore incondizionato ed illimitato per la figura di Griffin, l’uomo invisibile: per il suo tormento, per la sua afflizione, per il suo calvario di essere umano che, come tutti, dovrebbe meritare almeno pietà (e con questa parola cito una frase finale del libro), ma che si vede negare anche questa, con astio.



L’uomo invisibile è più, molto, molto di più di science fiction: è un racconto drammatico che simboleggia la ferocia irragionevole e sconsiderata dell’animo umano; è una parabola simbolica di chi propone qualcosa di nuovo al mondo, sperando che ne comprenda l’importanza: una idea, un prodotto della creatività, qualsiasi cosa di originale e inconsueto. Ma il mondo è troppo preso da se stesso e dalle sue grettezze, dalla sua pochezza, per vedere con occhi privi di pregiudizi. A questo aggiungerei anche una buona dose di conformismo (quello che fa dire “Noi siamo normali ed accettiamo solo quelli normali come noi”) e di perbenismo (quello che caratterizza i bigotti, più o meno dichiarati, da secoli).

Griffin rappresenta il sovversivo, l’artefice di cose magnifiche e grandiose, che si schiantano contro la cecità individuale.
La gente preferisce le cose vuote, stupide e retoriche, prive di verità: la gente ama l’arroganza, coloro che sanno vendere l’aria con artifici grotteschi, facendo la voce grossa, improvvisandosi imbonitori del nulla con un megafono assordante.
La gente, da secoli, condanna se stessa, grazie alla sua ottusità, alla miseria, allo squallore sociale e spirituale in cui vive da tempo immemorabile.
E, forse, questa ottusità degli uomini ne sancirà, per sempre, la fine.



 THE INVISIBLE MAN, the fiction (BBC- 1984)



THE INVISIBLE MAN – Episode 1




THE INVISIBLE MAN – Episode 2




THE INVISIBLE MAN – Episode 3




THE INVISIBLE MAN – Episode 4




THE INVISIBLE MAN – Episode 5




THE INVISIBLE MAN – Episode 6 - Final




(Tutti disegni sono di proprietà dell'autore del blog)

sabato 28 settembre 2019

Predestination: una interessante interpretazione della nostra esistenza




È il 1970 e due uomini si ritrovano, da soli, seduti al tavolo in un vecchio bar: uno è il gestore, l’altro un avventore. L’avventore, che dice di chiamarsi John, comincia a narrare una storia che sembra inverosimile.



John è nato donna, pur avendo, senza saperlo, anche un principio di caratteri sessuali maschili. In ogni caso egli vive tutta la prima parte della sua vita da ragazza, con il nome di Jane.
Jane viene allevata in un orfanotrofio dimostrando subito una spiccata intelligenza, oltre ad un carattere poco gestibile: ella si sente diversa dagli altri coetanei per molte cose, soprattutto soffre più degli altri per la mancanza di un padre e di una madre.


Una volta adulta decide di inserirsi in un programma spaziale: una novità per l’epoca in cui viveva, i primi anni sessanta. Si dimostra una delle migliori, soprattutto perché non si lascia distrarre da nulla per raggiungere il suo scopo: l’ente spaziale richiedeva fanciulle vergini, e lei non ha mai conosciuto un uomo e neppure sembra essere interessata all’amore o al sesso, ma solo in apparenza.



Proprio in quel periodo, infatti, Jane incontra un uomo misterioso, in cui si imbatte all’uscita dal corso del programma spaziale: quest’uomo sembra capirla, dimostrando tanta tenerezza e dolcezza nei suoi riguardi. L’amore, fra i due, sboccia naturalmente, come se fosse inevitabile.


Jane resta incinta ma il suo partner misterioso scompare per sempre. Tuttavia è un’altra la sparizione che la segna profondamente: quella di sua figlia, che qualcuno rapisce dall’ospedale.


Proprio quando partorisce scopre di essere androgino e, a motivo di numerose emorragie post partum, le vengono asportati per sempre i caratteri femminili: ella diviene, così, un uomo, cambiando il suo nome in John.



Il gestore del locale ascolta tutta la storia con attenzione e le propone di entrare nella sua organizzazione segreta: sono viaggiatori del tempo ed hanno l’incarico di evitare grosse tragedie, prestando attenzione a non apportare mutazioni profonde nella linea temporale. Egli può fare in modo che John conosca il nome dell’uomo misterioso che mise incinta Jane e poi scomparve: in tal modo egli potrà ucciderlo ed evitare che la ragazza soffra.

Nel frattempo, però, l’agente è impegnato in una missione importante: il suo mandato è volto alla cattura di un terrorista, chiamato Fizzle Bomber, che uccide persone innocenti senza un apparente motivo. L’agente aiuterà John, ma poi lui dovrà prendere il suo posto e continuare il suo compito per l’organizzazione.


John accetta e i due tornano indietro nel tempo, all’epoca in cui Jane studiava nel programma spaziale. Qui John si imbatte in se stesso quando era ancora Jane e, seppure cerchi di evitarlo, inizia a parlare con lei. Fra i due nasce subito una attrazione spontanea, molto forte. Ora John capisce che il misterioso uomo da lei incontrato, il padre della sua bambina, era se stesso.
Ma allora chi è l’agente che ha convinto John ad unirsi ai viaggiatori del tempo? Quale è il suo ruolo nella vita di Jane prima e di John dopo?


Credo che questo sia un film thriller, e non solo science fiction: per questo merita di essere visto e non vorrei rovinare la sorpresa a chi, incuriosito da questi interrogativi, volesse vederlo. Lo lascio, allora, così, in sospeso, sebbene io sappia che, in rete, sia presente la trama completa. A voi la scelta.
Il soggetto originale di questo film, uscito nel 2014, è tratto da un racconto di Robert A. Heinlein intitolato - All You Zombies- . Regia e sceneggiatura sono di Michael e Peter Spierig.
Notevole l’interpretazione di Ethan Hawke e soprattutto quella, irresistibile e suggestiva, di Sarah Snook, nel doppio ruolo di Jane/John.


Questo film mi è piaciuto per la sua atmosfera calda, per la sua sensibilità: anche la fotografia – che predilige i toni del rosso e del giallo – contribuisce a creare un clima particolare, sospeso fra il romanzo anni cinquanta e le visioni futuristiche della cinematografia moderna.

Il tema del viaggio nel tempo attira, incessantemente, ciclicamente, molte persone: tutti vorrebbero, chi più chi meno, poter cambiare le loro sorti grazie ad un congegno temporale che li riporti indietro: io ci penso ogni giorno.
Ma il motivo vero per cui questo film vale la pena di essere visto è per la sua interpretazione della nostra esistenza in questo mondo, una fra le milioni di interpretazioni che vengono date: siamo qui per compiere il nostro destino, che pure si compie grazie ad altri, ma di cui solo noi siamo gli artefici principali, sia nel bene che nel male. E, soprattutto, come amo ripetere sempre, le cose che devono accadere accadono, inevitabili, anche contro la nostra volontà.


PREDESTINATION Trailer Ufficiale Italiano



A questo link potete trovare invece il film completo in Inglese



(Il copyright dei disegni appartiene all'autore del post)

Aftermath: prima, vera prova da attore drammatico per Arnold Schwarzenegger



Avevo deciso di guardare Aftermath, un film del 2017, come se fosse una sfida: volevo vedere se, anche stavolta, Arnold Schwarzenegger si sarebbe cimentato nel solito revenge movie, basato sul protagonista che perde una o più persone a lui care e poi si rifà sui criminali facendo un macello (come in Collateral Damage).
In effetti tutto si annunciava come la solita minestra, ma lo stesso aspetto dimesso e umile di Arnold nel film avrebbe dovuto farmi capire, fin dall’inizio, che di ben altro si trattava.
L’architetto Roman Melnyk (Schwarzenegger) aspetta con trepidazione l’arrivo della moglie e della figlia: la figlia è incinta, e questo rende più carica di significato quell’attesa, che lui ha vissuto preparando la casa con festoni e regali di benvenuto.




L’uomo si reca all’aeroporto per riabbracciarle, ma l’atmosfera non è quella che si aspettava: egli viene convocato in una stanza appartata e, a porte chiuse, gli viene comunicato che l’aereo su cui viaggiavano le due donne ha avuto un terribile incidente che ha causato la distruzione del velivolo e la morte, inevitabile, di tutti i passeggeri.



Il film si dipana su due piani paralleli: la vicenda di Roman, che ha perso in una sola volta moglie, figlia e nipote, e la vicenda di Jacob Bonanos, il controllore di volo che era responsabile di gestire tutte le rotte la sera dell’incidente in aeroporto.
Qui si evidenziano subito i due impianti narrativi: il dolore senza fine di Roman, misto a rabbia e ad impotenza e il dolore pieno di sensi di colpa, di rimorso di Jacob, che non avrebbe certo voluto che quella tragedia accadesse. Ed a dire il vero il film ci mostra come Jacob sia, in realtà, un operatore scrupoloso, attento e professionale: l’incidente accade davvero per una fatalità, certo per una distrazione di Jacob, ma tutto a motivo di una serie ineluttabile di circostanze.
Roman decide di andare sul luogo della disgrazia, mescolandosi al personale volontario incaricato di raccogliere i resti ed i rottami dell’aereo: è lui a trovare una collana della figlia insieme con il suo corpo e quello della moglie. Da quel momento passa la maggior parte del suo tempo al cimitero, in compagnia delle donne da lui amate e che ha perso per sempre. 




Jacob, invece, è caduto in una depressione senza via di uscita: ormai è dipendente dagli psicofarmaci e tutta l’angoscia lo sta divorando dal di dentro. Inoltre, a motivo del delitto che tutti gli imputano, egli ha ricevuto molte minacce di morte. Per questo l’azienda decide di dargli una nuova identità ed una nuova occupazione, in un'altra località.




Questo non impedisce a Roman, dopo qualche anno, di riuscire, grazie ad un detective, a risalire alla nuova identità ed al luogo in cui si trova Jacob.
Una sera Jacob riceve la visita della moglie e del figlio, da cui vive separato.
Proprio quella sera Roman bussa alla porta di Jacob: Roman vuole mostrare la foto della moglie e della figlia morte a Jacob, solo per avere le sue scuse. Niente altro.
In quel momento si verificano due errori: Jacob reagisce, alla richiesta di Roman, in maniera esagitata, intimando all’uomo di andarsene, invece di cercare di capire le sue ragioni; dal canto suo Roman si lascia sommergere dalla pena che sente dentro e dalla rabbia che lo acceca: piangendo egli pugnala l’ex controllore di volo, uccidendolo, sotto gli occhi della moglie e del figlio di Jacob.
Il finale, però, non è proprio questo: vi saranno conseguenze a lungo termine per un tale gesto; tuttavia questo ve lo lascerò scoprire guardando il film, sebbene non dovrebbe essere difficile intuirlo.




Se Jacob avesse risposto rivelando la sua tortura interiore, il supplizio a cui ha sottoposto se stesso per punirsi di quanto era accaduto, tutto sarebbe cambiato: se avesse preso quella foto, se l’avesse anche solo guardata, tutto sarebbe stato diverso. Se Roman si fosse lasciato guidare dal cuore, e non dall’istinto, avrebbe concesso una possibilità a Jacob e non l’avrebbe ucciso: le nostre scelte, dettate dalle emozioni del momento, influenzano le nostre esistenze, nel bene e nel male.
Il film si rifà ad una storia realmente accaduta, quella di Vitaly Konstantinovich Kaloyev, un architetto russo i cui familiari perirono nel volo della Bashkirian Airlines numero 2937. L’aereo era entrato in collisione col volo DHL 611, il 1º luglio del 2002. L’architetto uccise, due anni dopo, il controllore di volo danese Peter Nielsen, che tutti ritenevano colpevole per ciò che era avvenuto.


Notevole e umanamente approfondita la sceneggiatura di Javier Gullòn (Enemy, Out of the Dark, Hierro) e la sapiente regia di Elliot Lester.
Questo film ha saputo toccarmi le corde dell’anima ed è stato una sorpresa, date le premesse: finalmente ho visto Arnold Schwarzenegger interpretare un ruolo davvero drammatico; ho visto Terminator diventare un uomo, con tutte le sue debolezze, mentre l’attore si è trasformato in un interprete. Credo di preferirlo così: con un fisico non più tanto eclatante, sebbene notevole, con la barba lunga, con le sue rughe, anche con una sua particolare tenerezza. E mi auguro di vedere altre prove così, in futuro, nella sua carriera cinematografica.



Una curiosità: la traduzione di Aftermath, in inglese, si riferisce ai postumi di una tragedia, mentre in Italia lo hanno accoppiato al termine Vendetta, forse per richiamare, appunto, i consueti film di Schwarzy. Mezzucci da botteghino.


AFTERMATH Official Trailer

https://www.youtube.com/watch?v=ZN8toxhSn9Y



(Il copyright dei disegni appartiene all'autore del post)

domenica 22 settembre 2019

Miss Marple ed Hercule Poirot: il fascino oscuro del delitto British



Ci sono due figure importanti, e che mi appassionano tanto, nella letteratura poliziesca inglese: sono figure celebri tanto quanto lo fu Sherlock Holmes, senza dubbio. I due detective di cui parlo sono Miss Marple ed Hercule Poirot, entrambi frutto della vena creativa di una delle maggiori scrittrici inglesi: Agatha Christie.
La mia conoscenza con Miss Marple e Poirot è cominciata in maniera giusta, a mio parere, ossia leggendo prima i libri e poi, dopo un po’ di tempo, guardandoli sullo schermo.
Il modo di scrivere di Agatha Christie è equivalente ad una clessidra: la scrittrice inglese fa scorrere gli indizi nella narrazione come la sabbia che cade nella clessidra: granello dopo granello, ma con un flusso continuo, vivace e mai lento. È questa la sua cifra stilistica.



Agatha Mary Clarissa Miller nacque a Torquay, nella Contea del Devonshire, Inghilterra, il 15 settembre 1890. I suoi genitori sognavano per lei una carriera nella musica, come pianista o cantante lirica, ma la ragazza rivelò una particolare predisposizione per la scrittura. Nel 1914 Agatha sposò il colonnello Archibald Christie, il cui cognome scelse di tenere come nom de plume per tutto il resto della sua carriera di narratrice.
Nel periodo in cui era infermiera volontaria per la Croce Rossa, durante la Prima Guerra Mondiale, Agatha Christie accettò una sfida di sua sorella: avrebbe dovuto scrivere una crime novel in cui il colpevole fosse impossibile da identificare fino alla fine. Nacque così il libro The Mysterious Affair of Styles.



Il detective, figura principale della storia, era un belga: Hercule Poirot, personaggio ispirato ai tanti politici belgi rifugiati in Inghilterra durante la guerra, e che Agatha aveva incontrato.





Hercule Poirot fu protagonista di molti altri libri, fra i quali Assassinio sull’Orient Express (Murder on the Orient Express), Poirot sul Nilo (Death on the Nile), e divenne uno dei più celebri investigatori in letteratura.
Nel 1930 Agatha divorziò e si risposò con l’archeologo Max Mallowan; con il secondo marito viaggiò, in svariate occasioni, in Oriente: da questi viaggi trasse spunto per diversi libri di successo come il già citato Death on the Nile o come They Came to Baghdad.




Il secondo personaggio di rilievo della crime fiction da lei ideato fu Miss Jane Marple, una anziana signora gentile, disponibile, sensibile, dotata di notevole capacità di immedesimarsi negli altri e comprenderli. Miss Marple apparve per la prima volta nel libro The Murder at the Vicarage. Altri romanzi incentrati sulla sua figura di investigatrice furono Un delitto avrà luogo (A Murder is Announced), Assassinio allo specchio (The Mirror Crack'd from Side to Side).




Agatha Christie scrisse 66 romanzi polizieschi e 14 raccolte di racconti, più altri sei romanzi d'amore dati alle stampe con un diverso pseudonimo, che hanno venduto oltre due miliardi di copie. Questo grande successo la consacrò come la più grande scrittrice di detective stories di sempre. Ella morì il 12 gennaio 1976.




Margaret Rutherford è stata l’attrice che ha reso celebre al Cinema, negli anni sessanta, il personaggio della investigatrice dilettante Miss Marple; ciò nondimeno, nel Regno Unito e per il resto del mondo, ella è stata la meno fedele alla dolce Signora dagli occhi teneri che smascherava i colpevoli, immancabilmente. Diciamo la verità: i film di Margaret Rutherford si ispiravano soltanto a Miss Marple, ma erano, e rimangono, un’altra cosa. Nonostante questo, sarà forse per la loro aria tipicamente British o per il loro brio, non mi stanco mai di guardarli.
Più in generale esiste una magia innegabile nella Letteratura gialla inglese, quella classica, che risulta irripetibile: credo che gli inglesi siano maestri della vera suspense, dando agli statunitensi, invece, la Palma per i romanzi di azione, benché non manchino anche qui le debite, importanti, eccezioni.




Parlando di Miss Marple non si può non ricordare il suo contraltare maschile, Hercule Poirot. Le storie di Poirot sono state trasposte, quanto quelle di Miss Marple, sul grande e sul piccolo schermo: entrambi hanno avuto una loro storia, per certi versi anche simile, dal punto di vista dei rifacimenti cinematografici.
Fra le attrici che hanno portato al cinema ed in televisione il personaggio di Miss Marple, oltre alla già citata Margaret Rutherford, ve ne sono molte da ricordare: Angela Lansbury, che ai film polizieschi ha certo legato il suo nome, Helen Hayes ed infine le tre più note interpreti al pubblico televisivo, le più prolifiche: Joan Hickson, Geraldine McEwan e Julia McKenzie. Angela Lansbury, Helen Hayes, Joan Hickson, Geraldine McEwan e Julia McKenzie sono quelle che hanno dato vita con più fedeltà a Miss Marple.




Anche Hercule Poirot ha avuto innumerevoli volti e voci che lo hanno impersonato: Austin Trevor, Francis L. Sullivan e l’indimenticabile Albert Finney, che ci restituì una memorabile edizione di Murder on the Orient Express


Da un certo momento in poi, tuttavia, Poirot fu riproposto sempre da determinati attori: questi furono Peter Ustinov, al cinema, e il bravissimo David Suchet in televisione. Su David Suchet sento di dover spendere qualche parola di più, perché credo sia stato quello che, più di tutti, abbia colto l’essenza del personaggio, sia fisicamente che caratterialmente. Di recente c’è stata una edizione di Murder on the Orient Express nella quale il ruolo di Poirot era interpretato dal pluripremiato Kenneth Branagh.




Di Miss Marple amo la dolcezza, un senso di struggente umanità che anima le sue inchieste: credo che Miss Marple fosse realmente Agatha Christie, o meglio il suo doppio letterario. Miss Marple parlava ed agiva come avrebbe parlato ed agito la stessa Christie.
Hercule Poirot è un uomo pieno di abitudini rigide, di atteggiamenti, di tic: è meticoloso in tutto, ci tiene molto a vestire bene, all’apparenza, e per questo cura sempre in maniera maniacale il suo abbigliamento ed i suoi baffi. Per lui elaborare le informazioni vuol dire “far lavorare le celluline grige”, ed anche questo viene fatto secondo i suoi canoni. Il senso della giustizia di Poirot differisce, per la sua severità, da quello di Miss Marple, benché entrambi perseguano e raggiungano, infine, lo stesso scopo.
Consiglio di guardare, nella versione da voi preferita, Murder on the Orient Express, come narrazione paradigmatica del personaggio di Poirot. Per Miss Marple, invece, suggerisco, anche in questo caso scegliendo la vostra attrice preferita, The Mirror Crack'd from Side to Side.



POIROT

Sigla della serie televisiva



Trailer di Murder on The Orient Express




MISS MARPLE

Agatha Christie's Miss Marple Greenshaw's Folly






giovedì 12 settembre 2019

Stan & Ollie: un pezzo di vita di due attori dolcissimi e tanto amati dal pubblico




Uno dei miei lettori mi ha chiesto di fare un post su un film più recente. In effetti c’è un film abbastanza recente, che risale all’anno scorso, e che mi è piaciuto tanto. Voglio, quindi, dedicare questo post al mio lettore, sperando di fare una cosa gradita.

Stan & Ollie è una storia incentrata su un episodio rilevante della vita di quella che, a parere di chi scrive, è certo la coppia della commedia più celebre della storia del cinema: è senz’altro quella che, per prima, viene in mente quando si vuole citare un duo di attori comici. Si parla di Oliver Hardy (interpretato da John C. Reilly) e di Stan Laurel (interpretato da Steve Coogan): entrambi erano meglio noti in tutto il mondo con i nomi di Stan & Ollie






Stan Laurel nacque il 16 giugno 1890 a Ulverston, in Inghilterra ed il suo vero nome era Arthur Stanley Jefferson. Ebbe quattro fratelli, due dei quali morirono in circostanze drammatiche. I suoi genitori erano artisti itineranti, e lavoravano in un teatro che era di loro proprietà: Arthur, così, crebbe nell’ambiente dello spettacolo, ricevendo fin da piccolo tutti quegli stimoli che poi lo avrebbero formato nella sua carriera. Arthur fece il suo debutto in palcoscenico all’età di nove anni, sebbene suo padre avrebbe voluto che lui studiasse per divenire impresario.
Dopo anni di gavetta, acquisita la giusta esperienza, il giovane Arthur si sentì pronto per lavorare in una vera compagnia; si unì, così, alla celebre troupe viaggiante di Fred Karno, nella quale si trovava anche Charlie Chaplin: grazie a Fred Karno approdò negli Stati Uniti, e lì si stabilì.
La prima delle cinque mogli che ebbe nella sua vita fu la ballerina Mae Dahlberg, che conobbe durante uno dei suoi spettacoli: fu Mae a suggerirgli il nome di Stan Laurel, per presentarsi al pubblico, invece di Arthur Stanley Jefferson, e da quel giorno egli fu Stan Laurel, per sempre. Dopo aver divorziato da Mae, Stan sposò Lois Nelson che gli diede i suoi due figli; Lois e Stanley Robert: quest’ultimo, però, morì poco dopo la nascita e Stan non sopportò il dolore, dandosi all’alcool.
Cominciò presto a girare dei cortometraggi per il Cinema, spesso accanto al comico Larry Semon.
Il 13 novembre del 1922 interpreta il suo primo cortometraggio da protagonista nel film “Fango e Sabbia” (divertente parodia del film interpretato da Rodolfo Valentino “Sangue e Arena”): a questo seguirono ruoli sempre più importanti in 50 pellicole.







Oliver Norvell Hardy nacque il 18 gennaio 1892 negli Stati Uniti, a Harlem, in Georgia, il più giovane di cinque figli. Non gli piaceva molto studiare, ma in compenso si scoprì una vera passione per la musica ed il teatro. Per questo frequentò dei corsi di canto lirico: da bambino aveva una bella voce da soprano, ma sapeva che, anche se amava cantare ed era apprezzato, non poteva essere quello il suo obiettivo; per lo stesso motivo, quando andò al college, intraprese gli studi di giurisprudenza, secondo i desideri dei suoi genitori, ma era consapevole che non sarebbe mai stato un legale.
Oliver scoprì il cinema all'età di 18 anni, quando si aprì una sala di proiezione nella sua città: in quella sala egli lavorò come operatore, ma, in seguito, anche come responsabile. Guardando quelle immagini sul grande schermo, guardando quegli artisti recitare, egli avvertì il desiderio di divenire come loro e sentì, in cuor suo, di potercela fare. Si trasferì, allora, in Florida sperando di trovare qualche opportunità come attore. E così iniziò ad esibirsi nei club, di sera, inizialmente senza la speranza di un guadagno, mentre di giorno lavorava per mantenersi.
Il 1914 segnò il suo esordio cinematografico: Oliver, con il nome d’arte di Babe Hardy, girò, per gli Studios della Lubin il film “Outwitting Dad”. A questo primo cortometraggio ne seguirono circa cinquanta, tutti con un discreto successo.
Hardy capì che era il momento di partire per Hollywood e qui lavorò per molti Studios.








Oliver Hardy incontrò per la prima volta sul set Stan Laurel lavorando insieme a lui nel film “Il Cane Fortunato”, del 1921, ma ci vollero ancora molti anni prima che divenissero una vera e propria coppia comica.
Oliver Hardy entrò a far parte degli Studios Vitagraph: qui ebbe modo di conoscere altri attori importanti, fra i quali Larry Semon, che gli affidò il ruolo dell’uomo di latta nella riduzione cinematografica del libro “Il Mago di Oz”.
Nel 1926 il regista e produttore Hal Roach compare nelle vite di Stan ed Ollie: Roach incontrò sia Laurel che Hardy sul set del film “Get ‘em Young”, nel 1926, dove Oliver recitava e Stan dirigeva. Guardandoli ebbe l’idea di affiancare Stan, così smilzo e allampanato, al grasso e opulento Oliver Hardy: il loro primo film breve fu “Zuppa d’anatra”, del 1927, sebbene essi si presentassero coi nomi fittizi di Hives e Maltraves.
A “Zuppa d’anatra” fecero seguito un’altra decina di cortometraggi, tutti girati nello stesso anno.
Tuttavia, ufficialmente, il primo vero cortometraggio, secondo Stan e Leo McCarey, che venne realizzato dalla coppia Laurel e Hardy, fu “Metti i pantaloni a Philip”, nel 1927, ad opera di Hal Roach, in cui Stan interpretava un buffo scozzese in kilt che dava enormi grattacapi ad Oliver.
Nel frattempo il Cinema si evolveva e dal muto si passava al sonoro: anche Laurel e Hardy vissero quella metamorfosi ma le loro voci si dimostrarono all’altezza di quella novità, ed entrambi furono accolti bene dal pubblico.
Dopo un’altra ventina di corti arrivò per loro il primo lungometraggio, non ufficiale, “Hollywood che canta”, in cui la coppia apparve insieme ad altri interpreti del grande schermo di allora. Il loro primo vero lungometraggio, che arrivò dopo poco, è “Il canto del bandito”. Da quel momento in poi seguirono corti intervallati da qualche lungometraggio.
Fra i cortometraggi degni di nota è da ricordare “La scala musicale”, una pellicola che vinse molti premi e riconoscimenti.
Fra i lungometraggi ricordiamo “Muraglie”, “Il compagno B”, “Fra Diavolo”, “I figli del deserto”, “Nel paese delle meraviglie”, “Gli allegri eroi”, “La ragazza di Boemia”, “I fanciulli del west”, “Avventura a Vallechiara”, “I diavoli volanti”, “Noi siamo le colonne”, “C’era una volta un piccolo naviglio”.
Stan, nel corso degli anni, si cimentò anche nella sceneggiatura e nella regia, tornando sempre a recitare dal vivo accanto ad Oliver nei teatri di tutta la nazione, riscuotendo molto successo.
Il duo lasciò, nel 1940, gli studi di Hal Roach, a motivo di incomprensioni, e prese a lavorare per altri studios con i quali Stan si cimentò come produttore indipendente.
Tuttavia, in quegli anni, l’età d’oro dei film comici stava tramontando, e nuovi attori si affacciavano alla ribalta del grande schermo: per Laurel e Hardy diveniva sempre più difficile proporsi al pubblico.
Nel 1950 Stan contrasse un cancro alla prostata, ma riuscì a guarirne, grazie a cure appropriate
Nello stesso anno Laurel e Hardy realizzarono, molto faticosamente, a causa dei problemi di salute di entrambi, “Atollo K”, una co-produzione franco-italiana di Leo Joannon che non ebbe affatto il successo sperato.
Sei anni dopo Oliver fu colpito da un ictus che lo lasciò paralizzato, e questo scosse notevolmente Stan, suo partner ed amico di sempre. Hardy morì di attacco cardiaco il 7 agosto 1957, lasciando un vuoto incolmabile nella vita di Stan, il quale non poté neppure partecipare ai funerali per ordine del medico.
Nel 1965, all'età di 74 anni, Stan ebbe un infarto e morì quello stesso anno, il 23 febbraio, a Santa Monica, in California.
Alle sue esequie intervennero molti grandi attori di Hollywod, per dargli l’ultimo saluto.






Il film Stan & Ollie si riferisce a un trionfale tour di addio dei due comici che si svolse nei primi anni '50: era, quello, un periodo in cui le loro carriere e la loro popolarità attraversavano dei momenti di difficoltà. Essendo ormai lontani i giorni dorati dei loro film proiettati sul grande schermo, entrambi quasi del tutto misconosciuti dal grande pubblico, Laurel & Hardy decisero di intraprendere un tour che li avrebbe portati in Gran Bretagna ed in Irlanda. Il tour si sarebbe rivelato, alla fine, un vero successo per merito delle persone che li circondavano e per merito di loro stessi e della loro volontà: si dimostrò, certo, preziosa la presenza delle loro mogli, Lucille (impersonata da Shirley Henderson) e Ida (a cui dà il volto e lo spirito Nina Arianda); tuttavia un peso fondamentale lo ebbero il grande amore e la passione avuta da sempre per il loro lavoro: gli anni trascorsi insieme, dividendo sempre tutto, le gioie ed i dolori, fecero sì che i due attori riuscissero a superare una esperienza impegnativa e faticosa. Fu così che Stan & Ollie si assicurarono, ancora una volta, l’ammirazione e l’affetto del loro pubblico.


Questo film si distingue per la ottima regia di Jon S. Baird e soprattutto per i bravissimi attori che compongono il cast, sui quali spiccano per la bravura in cui si sono calati nella parte il duo composto da John C. Reilly e Steve Coogan e le interpreti delle loro mogli Shirley Henderson e Nina Arianda. 
La scenggiatura del film è basata sul libro "Laurel & Hardy - The British Tours", scritto da 'A.J' Marriot.



Inutile negarlo: tutti li abbiamo amati. Tutti abbiamo visto i loro film, replicati innumerevoli volte, sia sul grande che sul piccolo schermo. Tutti abbiamo legato i nostri ricordi di infanzia a Stan & Ollie.  Ci hanno saputo regalare momenti di buon umore e momenti di tenerezza: perché i grandi attori comici hanno la magia di saper tornare bambini e parlare anche agli adulti con semplicità, con schiettezza.
Li abbiamo amati per le loro trovate, per i loro siparietti così divertenti, per il loro modo buffo di esprimersi: sono stati amici di tutti, perché hanno saputo parlare al cuore.
Si volevano bene, Stan & Ollie, molto più di quanto la gente abbia mai potuto immaginare: se uno dei due stava male l’altro si incupiva subito, soffriva insieme a lui e faceva di tutto per stargli sempre accanto.
Furono molto amati e tenuti in grande considerazione anche da tutti gli altri attori che vennero dopo di loro. Jerry Lewis, ad esempio, ammirava così tanto Stan & Ollie (e non ne fece mai mistero) che ospitò in un piccolo ruolo, in uno dei suoi video fatti in casa, Stan Laurel, l’unico sopravvissuto della coppia quando Lewis era all’apice del successo.

(Tutti i disegni sono di proprietà dell’autore)



Stan & Ollie Trailer Ufficiale




Stan & Ollie - Ballo del West



https://www.youtube.com/watch?v=LAmb4dVJAmU



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